Dall'800 in poi

Agli inizi dell'800, l'avvenimento che riteniamo abbia dato inizio allo sviluppo di Battipaglia fu la progettazione e la costruzione di una strada di "conto provinciale", i cui lavori iniziarono nel 1827; essa partiva dalla consolare delle Calabrie, poco dopo il ponte sul fiume Tusciano, e giungeva fino a Vallo della Lucania, attraversando le pianure di Eboli, Capaccio e Paestum, toccando i Comuni di Ogliastro, Prignano, Rutino e Castelnuovo per un totale di 39 miglia. L'opera fu ultimata nel 1845, anche se mancava ancora del ponte sul fiume Sele, e comportò una spesa complessiva di 352.845 ducati. Come accennato nel capitolo precedente, nella piana vi era una fiorente attività agricola e, di conseguenza, una consistente presenza abitativa; il fiume Tusciano era pescoso ed aveva acque abbondantissime, tanto da venire usato per il trasporto della legna. Insomma, senza particolari sforzi di fantasia, resta facile immaginare l'aspetto bucolico della nostra terra. E l'attuale centro storico di Battipaglia come si presentava? Vi era la casa dei fratelli Mezzacapo, ove verrà eretta, in seguito, la Chiesa-Santuario; vi era un antico stallaggio, ove trovasi attualmente il cine-teatro Garofalo, il cui gestore faceva da trattore, mediatore e cocchiere; sulla sponda sinistra del fiume Tusciano vi era la Taverna di don Tommaso Ferrara, come tante altre sparse sul territorio e che hanno determinato la denominazione di luoghi e strade, quali Taverna Maratea, Taverna Nova, Taverna Vecchia, Taverna delle Rose e via Tavernola; sul fronte destro del fiume vi era la Taverna dei signori Di Giorgio e Giudicemattei e la masseria dei Franchini.
Domenico Antonio Franchini, nato a Montecorvino Rovella, alla località Votraci, da Ciriaco e da donna Lucia Masucci il 31 dicembre 1749, è da considerare il primo vero pioniere di questa terra; il suo perspicace intuito lo portò a realizzare nei terreni vicini al Tusciano, fino ad allora poco sfruttati, un notevole complesso agricolo, che diverrà punto di riferimento per l'intera Piana. All'età di otto anni, dopo aver ricevuto dai genitori i primi insegnamenti di grammatica italiana e latina, fu affidato alla dura educazione di uno zio materno di nome Domenico, residente a Volturara Irgina; qui ebbe quale guida, nei suoi studi classici, il sacerdote don Giovanni Pennetti.
Diciassettenne, fece ritorno a Montecorvino, ma, l'anno successivo, fu costretto, per continuare gli studi, a trasferirsi a Napoli, dove già trovavansi altri due fratelli. Qui condusse una vita ritiratissima, interamente dedicata allo studio, tanto da ammalarsi ed essere costretto a ritornare a casa. Guarito, ritornò a Napoli ove riprese gli studi con la stessa passione ed intensità, tanto da diventare dottore in legge all'età di 24 anni.
Nella capitale del Regno ricoprì importanti incarichi a corte e, per i suoi meriti, ottenne dal Re, il 31 ottobre del 1803, la promozione al Giudicato della Gran Corte della Vicaria Civile. Nel 1810 ricevette da Gioacchino Murat la nomina di Cavaliere e la decorazione con la Croce del Real Ordine delle Due Sicilie. Don Domenico Franchini si sposò all'età di 56 anni con la giovanissima donna Maria Giuseppa Rossi, ventottenne, di nobili natali, originaria di Giffoni. Ebbe sette figli, ma di questi solo tre sopravvissero. Nel 1798 acquistò dalla Regia Corte, insieme al altri fondi facenti parte dei beni espropriati alla Chiesa, un terreno di 30 moggia sul fronte destro del fiume Tusciano "confinante ad Oriente col fiume stesso di Battipaglia o sia Tusciano, ad Occidente con la strada pubblica, che porta sopra a Montecorvino; da Mezzogiorno col ponte dello stesso Fiume e colla Taverna dei signori Di Giorgio e Giudicemattei". 
Nel 1818, dopo aver ottenuto il Regio Assenso e l'approvazione dell'Arcivescovo di Salerno, S. Eccellenza Fortunato Pinto (27 maggio 1805-19 novembre 1825), iniziò i lavori della chiesetta, che, mentre all'esterno mostrava un aspetto semplice e privo di particolari motivi architettonici, nel suo interno venne arricchita con decori e pitture eseguite da un artista napoletano, di nome Alessandro Fischetti.
Sull'altare, rivestito interamente di marmo, fu collocato un quadro, raffigurante San Giovanni Battista; sulla parete di destra il pittore fissò l'immagine di San Domenico, su quella di sinistra l'immagine di Sant'Alfonso de' Liguori, all'epoca ancora Beato.
Nel 1819 giunse nella cappella l'immagine sacra, che più colpì i cuori della nostra gente, raffigurante la Madonna della Speranza, fissata "su un quadro di tela con cornice intagliata, ed a fino indorata, con corona in testa di argento anche indorato, con istelle nel manto eziandio di argento, e con altri nobili ornamenti".
Il pittore Alessandro Fischetti, su commissione di don Michele Martino, aveva riprodotto varie copie dell'immagine della Madonna della Speranza, il cui originale si venerava a Napoli, nella chiesa di S. Nicola, presso la Dogana, da destinare alle chiese del Regno. Don Domenico Franchini ne ottenne una, con l'impegno a mezzo scrittura privata di portarla nella cappella con processione ed in pompa magna, di tenerne massima cura e di onorarla con festa annuale.
Nella penultima domenica di maggio del 1819, una folla festante, tra spari di mortaretti e musica, accolse la Sacra Immagine e per tutta la giornata vi fu grande festa, con la partecipazione di venditori di merci varie e con l'attrazione di una corsa di cavalli, che prevedeva per il vincitore un premio di due mantelli.
Don Domenico dovette anche strenuamente impegnarsi per ottenere, anche se dopo ben tre anni, con decreto del 18 settembre 1821, il Regio Assenso alla celebrazione della fiera annuale; i Sindaci di Eboli e di Giffoni Valla e Piana, infatti, si opposero acchè la data della la fiera di Battipaglia ricadesse nella penultima domenica di maggio, per la coincidenza delle festività religiose dei loro paesi; i Sindaci di Salerno, Acerno, Olevano, Sette Casali e Campagna, anch'essi doverosamente interpellati, non manifestarono, invece, resistenza alcuna.
I figli, Gennaro ed Ippolita, continuarono l'opera paterna con uguale impegno e pari umanità.
A ben ragione, pertanto, riteniamo che il Franchini debba essere ricordato come uno dei padri della Battipaglia moderna e che si perpetua una ingiustizia nel non aver ricordato, o con una lapide o con l'intitolazione di una strada, un uomo che, per primo, intravide, grazie alla sua fervida intuizione imprenditoriale, la possibilità di un notevole sviluppo di questa terra, e che indirizzò le genti della nostra plaga alla devozione per la Madonna della Speranza divenuta Patrona della Città.
Agli inizi di questo secolo, quindi, le poche strade polverose di Battipaglia erano attraversate da uomini che conducevano gli animali al pascolo, da carri carichi di paglia, da cavalli, muli ed asini che trasportavano carbone, grano e granturco, e da pochi forestieri che si fermavano, per ristoro, nelle taverne, durante i loro spostamenti dal Cilento a Salerno e viceversa.
Particolarmente suggestivo doveva essere il rituale della mietitura, nel rispetto di metodi e con l'uso di arnesi antichissimi, quali le falci (fauci), il grembiule di pelle a protezione del petto e del ventre del mietitore (avantera), grossi ditali di canna a protezione della mano (cannuoli), ecc.
Parimenti, si rispettavano gli antichi riti della vendemmia, nella fermentazione e nel travaso del vino, con l'uso di attrezzi quali i vasi di terracotta (ziri), i secchi di legno (cupelle) ed i torchi in legno (stringituri).
In quel periodo le attività che andavano per la maggiore erano quelle dei maniscalchi (ferracavalli), dei bottai e dei costruttori di carri, carrette e birocci (carresi). Questi ultimi dovevano possedere grande abilità sia nel lavorare il legno, per la costruzione delle varie componenti del carro, quali i mozzi (migli), i raggi (rai), i quarti delle ruote (gaveglie), i timoni (stanghe), ecc., sia nel lavorare il ferro con gli antichi arnesi della forgia, dell'incudine e del martello, per costruire i cerchi, lo sterzo, le balestre e le ferramenta occorrenti alla robustezza del carro; dovevano, altresì, avere anche doti di decoratore, per abbellire il veicolo secondo le richieste del committente.
L'industriosità e la dedizione totale al lavoro dei nostri avi non possono che farci sentire orgogliosi del nostro passato; eppure essi vivevano tra mille difficoltà: non vi erano scuole, dove permettere ai ragazzi l'apprendimento delle elementari nozioni di grammatica; non vi erano centri ricreativi, dove trascorrere di sera, dopo una giornata di duro lavoro, qualche ora in serenità; non vi erano ambulatori o farmacie che assicurassero un minimo di servizio sanitario: solo se chiamato e per casi gravi veniva da Eboli un medico a prestare la sua opera.
La costruzione della cappella Franchini significò, quindi, per le nostre genti l'unica fonte di luce nelle tenebre di questa landa.
Da Montecorvino scendeva, di tanto in tanto, un sacerdote, di nome don Carlo Matteo, per battezzare ed amministrare i sacramenti; fu molto amato da i nostri padri per la sua bontà; si racconta che quello che riceveva in offerta lo regalava ai ragazzi più bisognosi .
Talora dormiva nella sacrestia della cappella per recarsi, di buon'ora, il mattino successivo a San Mattia, ad Aversana ed a Porta di Ferro, per portare la parola di Dio anche a quelle genti che colà menavano la loro dura esistenza. Si racconta che una notte, dopo aver bevuto un po' di vino, si incamminò a piedi verso San Mattia; giuntovi, trovò dei lavoranti, che, alle luci dell'alba, iniziavano la lavorazione della ricotta; questi lo invitarono a mangiarne ed egli, per la molta fame, ne divorò quattro, una di seguito all'altra. Gli operai gli ricordarono che avrebbe dovuto, di lì a poche ore, dir messa, ed il sacerdote così rispose: "Gesù Bambino nacque nel rigore dell'inverno e fu esposto nella mangiatoia su un po' di paglia, non è meglio che ora nasca nel mio cuore aiutato dal sapore e dall'odore del latte trasformato in ricotta ?".Oltre a don Carlo Matteo, bisogna ricordare anche tale padre Errico da Pescopagano, cappuccino.
La legge del 13 febbraio 1807, che sanciva la soppressione degli ordini religiosi del Regno, causò trasformazioni radicali per i complessi monastici, i cui vecchi edifici, per la maggior parte in pessime condizioni di conservazione, furono destinati a nuovi usi sociali ed a nuove funzioni, secondo esigenze e progettualità individuate dalle civiche Amministrazioni. Anche il convento di Eboli risentì degli incresciosi risvolti della legge; alcuni frati si spogliarono, dando la tonaca alle ortiche, altri si secolarizzarono e si occuparono presso le Parrocchie, che, di nascosto, tenevano il culto dei dogma della religione; altri ancora si ritirarono in famiglia, senza far più parte di comunità; fra questi ultimi troviamo padre Errico, il quale prese a cuore la gente della nostra terra e, venendo a piedi da Eboli, celebrava Messa o nella cappella Franchini o in quella feudale del Castelluccio, oppure, in località Improsta, nella tenuta dei signori Farina, od ancora, in località Taverna Nova, presso l'antica chiesa di San Vito al Sele, od infine, in località Buccoli di Eboli, nella tenuta dei signori Conforti, ove esiste, sopra una collinetta, che, attualmente, è nelle vicinanze del tracciato autostradale, una cappella dedicata alla Madonna del Mare.
La sera, padre Errico ritornava ad Eboli per dedicarsi alle faccende domestiche. Il popolo, riconoscente, gli offriva qualche uovo, qualche ricotta, un pò di pane, un pò di grano per il suo sostentamento e padre Errico ricambiava battezzando i neonati, assistendo gli ammalati, confortando i moribondi.
Di lì a pochi anni Battipaglia doveva subire una trasformazione radicale.
Il 16 dicembre del 1857 un tremendo terremoto colpì una vasta zona, comprendente, tra le altre, il Vallo di Teggiano e la Basilicata. Nella sola Polla si contarono circa duemila morti. La Real Casa Borbonica, dopo essere intervenuta a favore dei superstiti per le primarie necessità, volle sperimentare un diverso modo di intervento a favore della gente così duramente colpita e Ferdinando II decise di non limitare gli aiuti alla semplice assistenza, ma di predisporre un vero e proprio trasferimento dei sopravvissuti in colonie agricole da fondare in territori, per i quali, in esecuzione della legge dell' 11 maggio 1855, erano già stati predisposti ed iniziati interventi di bonifica. Questi prevedevano "la sistemazione delle acque e dei terreni, dai monti fino ai fondi delle valli e ai litorali e coste marine, i rimboschimenti e le arginature, i consolidamenti delle frane, lo sviluppo della viabilità e il risanamento igienico del suolo mercé la cultura". Il 26 febbraio del 1858 Ferdinando II diede incarico a Giacomo Savarese, Amministratore generale delle bonifiche, di individuare nella piana del Sele il luogo dove far sorgere la colonia; alcuni mesi dopo il funzionario fece ricadere la sua scelta sulla nostra terra, nel rispetto di criteri fissati in un "memorandum", che sanciva i criteri di massima per la costituzione della "colonia nella contrada del Sele"; il 16 settembre dello stesso anno fu approvato il relativo progetto.
Le strade dell'insediamento furono tracciate secondo i classici canoni urbanistici: dalla principale (direzione Nord-Sud), si diramavano, facendo angolo retto, le secondarie; la più importante aveva una larghezza di circa undici metri, le laterali circa sei; antistante il complesso abitativo venne prevista una larga piazza con aiuole, ai cui fianchi, vennero costruiti altri edifici; per consentire che gli stabili fossero assolati, fino al piano terraneo, i cortili, che dividevano le costruzioni, furono previsti di una larghezza non inferiore all'altezza degli edifici stesse.
Fu curata anche l' igienicità dell'insediamento e, tra l'altro, furono previste la pavimentazione, con ciottoli, delle strade, e la costruzione di un canale di irrigazione, da cui prelevare acqua per il lavaggio del fondo stradale; furono anche costruite cisterne per la raccolta di acqua piovana, che, purificata attraverso filtri, veniva resa potabile.
I corpi di fabbrica erano in totale venti; di questi 16 avevano cinque abitazioni ciascuno ed i restanti quattro ne avevano quattro; ogni abitazione era composta da quattro stanze, due a piano terra e due al primo piano, collegate tra di loro da una scala in legno; muri intermedi, ogni due comprese, univano le stesse e formavano, di conseguenza, dieci cortili, che, oltre alla predetta funzione di divisione, accoglievano i servizi igienici e forni ad uso della intera comunità. Per ogni famiglia, infine, fu prevista l'assegnazione di "5 moggi di terreno di antica misura".
La colonia, pertanto, fu costruita per accogliere 120 famiglie; la scelta per l'assegnazione delle stesse doveva ricadere tra quelle superstiti dell'evento sismico, e, precisamente, 80 della Basilicata e 40 della Provincia del Principato Citeriore; i coloni, inoltre, avrebbero dovuto avere ben precisi requisiti: "(. . .) capi famiglia, probi e laboriosi agricoltori, noti per attaccamento al Re e per religiosi e costumati cittadini; non devono avere un'età al di sopra di 40 anni e debbono avere una famiglia tale da accrescere le braccia utili nella nuova colonia col tempo.(...)"
In verità l'assegnazione non avvenne secondo questi dettami, in quanto, con la caduta del Regno Borbonico e l'avvento dell'unità d'Italia, i nuovi governanti non tennero conto della vecchia graduatoria ed effettuarono la scelta tra migliaia di istanti che dovevano solo comprovare un tangibile stato di povertà ed una buona condotta morale e politica nei confronti del nuovo regime. Le comprese furono assegnate nell'anno 1861 a famiglie provenienti non solo dalle zone terremotate, ma anche da paesi viciniori, come risulta dal seguente elenco:

9 Atena Lucana 
2 Auletta 
1 Avignano 
1 Castelsaraceno 
1 Moliterno 
3 Polla 
9 Rionero in Vulture 
1 Salvia 
2 Sanfele 
2 Acerno 
1 Aiello 
1 Bagnoli 
1 Baronissi 
1 Buccino 
1 Caposele 
1 Castelfranco 
6 Eboli 
6 Giffoni 
1 Lancusi 
1 Mercato San Severino 
21 Montecorvino 
1 Montuori 
1 Nocera 
6 Olevano sul Tusciano 
1 Salerno 
1 San Cipriano Picentino 
1 S. Angelo dei Lombardi 
2 Vietri sul Mare 
9 Provenienza non documentata 

Non furono assegnate 20 abitazioni e precisamente la n.7, del 1° cortile, le contrassegnate con i n.ri 26,27,28,29,30,31,32, 33,34, del 3° cortile, la n.56, del 5° cortile, e le n.ro 87,88,89,90,91,92,93,94 e 95, dell'8° cortile.
Nel 1863 furono assegnate tutte le abitazioni dell'ottavo cortile, mentre il 27 settembre del 1864 i locali n.ri 26,27, 28, 29 e 30 del terzo cortile furono destinati agli stalloni del Regio Governo, mentre in quelli n.ri 57,58,59 e 60 fu ubicata la Caserma dei R.R. Carabinieri, spostando le famiglie che li occupavano nelle abitazioni ancora libere n.ri 31,32,33 e 34 del terzo cortile3 i. Quante famiglie di oggi hanno avuto, come avi, gli abitatori delle comprese. Ricordiamone alcune: Adesso, Anzalone, Bacco, Barone, Biancullo, Bove, Bruno, Califano, Cannalonga, Casabella, Cestari, Ciccone, Citarella, Citro, Cuozzo, D'Alessandro, D'Ambrosio, D'Andrea, Della Corte, Di Biase, Di Muro, Di Vece, Esposito, Ferraioli, Ferrara, Ferullo, Flagello, Fontana, Galdi, Gentile, Giannattasio, Giordano, Giorgio, Granozio, Guida, Iannone, La Cerra, Landi, La Rocca, La Torraca, Loffredo, Longobardi, Mainente, Monaco, Morelli, Napoli, Nastri, Natella, Palumbo, Passero, Pennasilico, Pepe, Pisapia, Quaranta, Rocco, Ruggiero, Russo, Santese, Spera, Spinelli, Stelo, Vietri, Viscito, etc.
In questo periodo era giunta a Battipaglia, proveniente da Palo, anche la famiglia Petrone; i fratelli Ditto, Fabrizio e don Raffaele, sacerdote, fittarono il Castelluccio e dovettero, spesso, difendersi dalle scorribande dei briganti, che infestavano la zona, in special modo, dei famigerati Gaetano Tranchella di Serre e Gaetano Manzo di Acerno.
Anche Battipaglia, in quel tempo, aveva un suo brigante, tale Gregorio Ricci. Il fenomeno del brigantaggio, sotto il governo borbonico, aveva assunto un ruolo di notevole importanza nella società meridionale, al punto di rappresentare, talora, una forza di supporto alle stesse istituzioni. Si arrivò anche ad enfatizzare la figura del brigante, il quale veniva visto dalle popolazioni come il giustiziere che toglieva a i ricchi per dare ai poveri. Con l'avvento dell'unità d'Italia, questo fenomeno, ritenuto pericoloso dai Piemontesi per il già laborioso e difficoltoso processo di unificazione, fu fortemente osteggiato e perseguitato. Infatti, nel 1863, allorché fu approvata la legge Pica, il Governo intraprese un duro attacco al brigantaggio, istituendo Consigli e Tribunali di guerra ed affidando all'esercito le operazioni di repressione. In circa un decennio, i metodi duri e spietati, usati dal generale Pallavicini, determinarono circa cinquemila arresti ed altrettanti morti, tra briganti, ricettatori e favoreggiatori. Nella storia del brigantaggio della nostra Provincia, hanno un posto di rilievo i briganti Ciccio Ciancio, Antonio Maratea, detto Ciardullo, ed i già citati Gaetano Tranchella e Gaetano Manzo. Quest'ultimo si diede alla macchia nel mese di aprile del 1863, all'età di 26 anni, ed il 15 maggio del 1865 sequestrò, proprio a Battipaglia, mentre tornava da Paestum, William Moens, ricco fotografo inglese, che, dopo una dura prigionia di oltre tre mesi, riottenne la libertà, dietro pagamento di un sostanzioso riscatto, a Giffoni Valle Piana il 22 agosto dello stesso anno. Ritornato in patria narrò la sua triste avventura in un libro-diario di circa 700 pagine, dal titolo "English travellers and italian brigante; a narrative of capture and captivity", dove fa del brigante Manzo una descrizione minuziosa e ricca di particolari, mettendo in evidenza non solo le sue caratteristiche fisiche, ma anche gli aspetti più salienti del suo carattere violento. Il rilascio del turista inglese avvenne grazie ali' intermediazione di don Elia Visconti di Giffoni, che, tramite il Consolato inglese, ottenne la cifra richiesta dal brigante per il riscatto, ammontante a lire 127.480, corrispondenti a trentamila ducati. Alla consegna della quarta rata della somma pattuita, il brigante rilasciò regolare ricevuta.
Il brigante di Acerno ed i suoi uomini, dopo scorribande e saccheggi, spesso trovavano rifugio a Capaccio presso il vetusto Santuario della Madonna del Granato, percorrendo l'unica strada, anche se non carreggiabile, che, attraverso le Croci di Acerno (mt. 843), univa l'alta valle del Calore con quella del Tusciano. Quale sacrilegio, rifugio di briganti il tempio che aveva custodito i resti mortali dell'Apostolo Evangelista San Matteo!Don Ditto e don Fabrizio Petrone furono costretti ben presto a lasciare il Castelluccio e fittarono la vasta tenuta denominata "Cinesi". Don Raffaele, sacerdote, per motivi bellici e politici, fu carcerato e mandato all'isola di Ponza, ove ebbe modo di allacciare fraterna amicizia con un medico, compagno di cella, che espiava una condanna simile alla sua; da questi imparò le principali nozioni dell'arte medica e, quando, dopo aver espiato la pena, fece ritorno a Battipaglia, non potendo più indossare l'abito sacerdotale, si dedicò alla cura degli ammalati, fungendo da aiutante del dott. Vitolo Francesco.
Nel disegno divino, però, era scritto che don Raffaele doveva ritornare alla cura delle anime.
Si racconta che un giorno venne da Napoli un giovine cacciatore, appartenente ad un'antica famiglia, molto nota all'Arcivescovo di quel tempo; venne per diporto a cacciare in questa zona, e, mentre passava un torrente, perse malauguratamente l'equilibrio ed, essendo il fucile carico, parti un colpo, che lo ferì quasi mortalmente. Il giovine fu trasportato a Battipaglia ed affidato alla cura del Petrone. Fu chiamata al capezzale la madre del ferito, la quale implorò con ogni forza il "medico" di salvare la vita del giovine figlio. Don Raffaele, che accudiva con carità ed amore il sofferente, di fronte a tanto dolore, ravvisò il dovere di confidare alla donna di non essere un medico, ma un sacerdote, caduto in disgrazia del Vescovo, di essere stato in carcere e di aver colà appreso alcune nozioni di medicina.
Alla mamma, quindi, non rimase che affidare il proprio figlio nelle mani del Signore, assumendo, però, impegno di intercedere presso l'Arcivescovo, la cui magnanimità le era ben nota, per quel sacerdote, che con tanto zelo si adoperava per strappare il sofferente alla morte. Le preghiere della donna giunsero al cuore della Madonna ed il giovine, in poco tempo, guarì. La signora mantenne la promessa e l'Arcivescovo riabilitò don Raffaele Petrone nel suo ministero.
Il 17 luglio del 1877 ricorre, per la prima volta, il suo nome come delegato del Cappellano curato della chiesetta Franchini; dal 1878 operò come cappellano curato per delegazione della Curia Arcivescovile e dal 17 aprile 1880 come Economo curato. Il primo bambino battezzato (11-10-1876) da don Raffaele nella chiesetta Franchini fu De Pasquale Carmine, figlio di Stanislao e Curzio Filomena; la levatrice fu la signora Teresa Cirino.
Don Raffaele manifestò tutto il suo zelo a favore della povera gente del luogo ed ottenne dalle due Parrocchie di Eboli e Montecorvino, dalle quali dipendeva la chiesetta Franchini, il permesso di poter conservare Gesù in Sacramento, dando origine, così, a numerose funzioni religiose, quali la visita serotina ed il Mese Mariano; essendo egli originario di Penta, il cui Protettore è San Rocco, aiutato da Francesco Cannalonga, fece costruire la statua di quel Santo, che sistemò nella cappella Franchini; incoraggiò, poi, la signora Anna Mainenti, levatrice e donna di intemerati costumi, stabilitasi a Battipaglia, ad incrementare la devozione a Sant'Anna ed a raccogliere la somma necessaria per l'acquisto di una statua, istituendo una festa con processione con cadenza annuale, in onore della Salita; spronò, infine, i signori Giuseppe Di Giorgio, orefice ed orologiaio, Giuseppe Campagna e Carmine Gioia ad acquistare la statua di San Giuseppe, in onore del quale fu fissata altra festa e processione; durante la Settimana Santa don Raffaele benediva le case e svolgeva le funzioni liturgiche che la Chiesa pretende dai suoi Ministri, quali il SS.Sepolcro ed il Gloria.
Insomma, senza fare retorica, è giusto affermare che questo sacerdote significò l'unico elemento di coagulo per una comunità, in via di formazione e composta da nuclei familiari d'origine diversificata e con usi, costumi e mentalità discordanti e ,talora, contrastanti.
Il ricordo della profonda religiosità, della intensa umanità e della grande capacità organizzativa di don Raffaele rimase imperituro nelle menti dei nostri padri, tanto che, alcuni decenni dopo, fortemente sollecitato, il Commissario Straordinario Alfonso Menna ritenne doveroso, nel rispetto della volontà popolare, intitolargli la Piazzetta antistante il Santuario; il suo atto n.377 datato 3 ottobre 1931, in premessa, Cosi recita: " (...) Visto il voto in più occasioni espresso dalla Cittadinanza perché sia degnamente ricordato il nome del primo Parroco di Battipaglia, dopo la costituzione della Colonia nel 1857, Rev. Raffaele Petrone, vero apostolo di bene, di vita esemplare e di costumi illibatissimi, deceduto il 1906 (...)".
Il centro urbano, nel contempo, incominciò ad arricchirsi dei servizi essenziali: fu aperta una farmacia da parte di Gerardo Rocco di Giffoni, al quale fu assegnata gratuitamente un'abitazione, con l'impegno, però, di insegnare alla gente, per la maggioranza analfabeta, le elementari nozioni di grammatica;33 fiorirono molte attività commerciali e, tra queste, ricordiamo uno spaccio di caffè e tabacchi da parte del sig. Granese Giuseppe, una rivendita di generi alimentari da parte del sig. Aniello Cuomo, un'osteria, gestita da Costantino Sorbo, Antonio Pisano e Luigi Nenna.In questi anni, si trasferì da Olevano sul Tusciano a Battipaglia la famiglia del prof. De Sio, il quale ottenne dal Municipio di Eboli la casa ove, attualmente, è la sede dei Servizi demografici del Comune e che fu per alcuni decenni di proprietà dei PP. Stimmatini; qui il professor De Sio ubicò una scuola, ove poté insegnare, insieme alla sua consorte, la signora "Tanina"; il secondo fratello del professore ereditò dai Farina l'incarico di Capo Ripartitore delle acque; il terzo fratello, Alberto, fu impiegato per molti anni all'Ufficio Anagrafe.
Nei locali, ove oggi trovasi la sede Deutsche Bank, già Banca d'America e d'Italia, fu ubicato il primo asilo infantile, anche per iniziativa del sacerdote don Luigi Marsicovetere, amico della famiglia De Sio, onde consentire ai genitori, che di buon mattino si recavano al lavoro dei campi, di lasciare i propri figlioletti in mani sicure.
In una delle case di proprietà Alfinito vi era un'accreditata selleria, ove tutti i signori della Piana convenivano per passare in distensione qualche ora, per pettegolare, a volte, sui fatti del paese, per ricevere la posta od acquistare il giornale.
Il 28 maggio del 1882 fu fondata anche una Confraternita in onore della Madonna della Speranza per iniziativa di Giovanni D'Elia, Filippo Lamberti, Donatino Montella, Michele Loffredo e Matteo Spera.
Furono adibiti a sede della Confraternita i locali, di proprietà Gioia, demoliti all'indomani del sisma del 1980, ove fu eretto un altare marmoreo, di pregevole fattura, che, in seguito, fu smontato per trasferirlo nella vecchia chiesa della Speranza.
Da quanto fin qui detto, si deduce come la crescita morale e civile della comunità battipagliese avvenne intorno alla cappella della famiglia Franchini, e lo stesso governo borbonico, allorché stabilì la fondazione di una "colonia agricola" in Battipaglia, decretò: "Finché non sarà costruita la chiesa parrocchiale del Comune, presterà l'uffizio di chiesa parrocchiale la Cappella del signor Franchini, cadendo a carico dell'Amministrazione le spese all'uopo necessarie".
Eppure, come si legge nel "Decretum donationis pro ecclesia succursale S. Marine Matris Spei pagi Baptipagline " Mons . Domenico Guadalupi, Arcivescovo di Salerno dal 1872 al 1877, ravvisò la necessità di costruire una chiesa, indispensabile, ormai, per una comunità che contava circa quattromila fedeli. L'iniziativa non vide, però, la successiva realizzazione per la disponibilità della famiglia Franchini a destinare la propria cappella ad uso dell'intera comunità che abitava la colonia di Battipaglia e le piane di Montecorvino ed Eboli.
Bisogna ricordare che, precedentemente, Monsignor Marino Paglia, Arcivescovo Primate di Salerno dal 6 aprile 1835 al 5 settembre 1857, a seguito della Santa Visita fatta ad Eboli, il 22 giugno del 1840 emanò un decreto col quale staccò la vasta piana, che da Eboli si estendeva fino a Battipaglia, dalla Parrocchia di San Bartolomeo, assegnandola alla Chiesa Ricettizia di Santa Maria del Carmine ed alla Parrocchia di San Lorenzo in Eboli, in quanto queste ultime, avendo vari sacerdoti, meglio potevano soddisfare i bisogni della gente che ivi dimorava.
La famiglia Franchini donò la propria cappella con istrumento del 26 agosto del 1876 ed il 23 settembre dello stesso anno Mons. Guadalupi, con Bolla Arcivescovile, riconobbe canonicamente la cappella gentilizia del cav. Franchini succursale curata della Chiesa Ricettizia e Parrocchia di San Lorenzo di Eboli e della Parrocchia dello Spirito Santo di San Martino di Montecorvino Rovella.
Il 26 maggio del 1891 Mons. Valerio Laspro, Arcivescovo di Salerno dal 1887 al 1914, non solo confermò quanto fatto dal suo predecessore, ma provvide anche ad assegnare "in perpetuum" una somma annua "pro conservazione ac manutentione tam Ecclesiae, quam domus, iuxta artici XII pubblici testamenti piissimae Dominae Hippolitae Franchini, sub die 21 Iunii 1879"
Il 2 luglio del 1891 il Re Umberto I emanò un proprio decreto per la concessione del "(...) regio assenso alla erezione della Chiesa sotto il titolo di Santa Maria della Speranza, sita nella contrada di Battipaglia (...)".
Con istrumento datato 6 marzo 1855, la succursale curata fu riconosciuta civilmente, ma sempre in dipendenza delle due parrocchie suddette.
Il 22 marzo 1907, con Bolla Arcivescovile di Mons. Laspro, la cappella Franchini fu eretta in Parrocchia autonoma.
Con decreto del 31 agosto dello stesso anno, venne concesso il Regio Assenso all'erezione in parrocchia autonoma della coadiutoria curata di Santa Maria della Speranza.
Il 13 dicembre del 1907, a seguito della morte di don Raffaele Petrone, avvenuta l'anno precedente, il Procuratore Generale del Re presso la Corte d'Appello di Napoli, a seguito istanza inoltrata in data 10 dicembre 1907, concesse il Regio Placet alla Bolla di nomina del sacerdote don Mattia Rago a Parroco della chiesa di S. Maria della Speranza in Battipaglia.
Battipaglia, intanto, cresceva ed il suo territorio era per metà sotto la giurisdizione del Comune di Eboli e per l'altra sotto quella del Comune di Montecorvino Rovella. Questa suddivisione perdurò fino al 29 marzo del 1929, allorquando Battipaglia fu elevata a Comune autonomo.
La delimitazione dei confini delle Parrocchie procurarono non poche controversie tra don Mattia Rago e don Giuseppe Provenza, parroco di San Martino di Montecorvino. Il primo atto, infatti, che si accinse a fare don Mattia fu quello di chiedere il superiore intervento della Curia per fissare, in modo chiaro e definitivo, detti confini. La Curia Arcivescovile, con proprio Atto reg. fol.49 vol.I, datato 10 aprile 1908, indicò, come confine delle Parrocchie di San Martino in Montecorvino Rovella e Santa Maria della Speranza in Battipaglia, la strada detta "delle Caterine", che si congiungeva con l'altra denominata "Pescine" e che saliva fino alle masserie di Basso, Carpentieri, Franchini, Dini, Sparano.
Analoga controversia sorse tra il Parroco don Mattia e quello di Santa Maria della Pietà di Eboli, don Michele Paesano, che addivennero ad una soluzione soddisfacente per entrambi, come può leggersi in un atto autografo del Paesano: " (...) Coi precedenti decreti non furono però determinati i limiti che dividono la piana di Eboli da quella diBattipaglia. Nel fatto sta che il Canonico curato Desiderio fin dal 1880, ed in seguito dal 1893 il Rev. Primicerio Paesano fino ad oggi hanno sempre amministrato i Sacramenti fino al casello ferroviario n. 74, lungo la via Nazionale e giù per i Fili. Circa, poi, la gente che abita nel centro della campagna, fin dal 1908 si conchiuse tra i due Parroci Paesano e Rago, che questa gente, secondo come tornava loro comodo, poteva richiedere i Sacramenti o ad Eboli o a Battipaglia, fino a che non fosse deciso dall'Autorità ecclesiastica. Ora la linea di divisione potrete essere così segnata: dal casello n. 74, scendendo giù per la via dei Fili e seguendo la via ferrata fino alla stazione di San Nicola Varco, tutta la parte che trovasi alla sinistra di chi scende per la via dei Fili, compreso il casello n. 74, si appartiene a Santa Maria della Pietà di Eboli; la parte che resta a destra, compresa la stazione di San Nicola Varco, si appartiene a Battipaglia. E, continuando, il torrente Lignara, fino al mare, segnerebbe la linea di divisione, cosicché la parte che resta a destra della Lignara si appartiene a Battipaglia e la parte a sinistra a Santa Maria della Pietà. Questa linea di divisione della piana di Eboli e di Battipaglia, cosi` come è segnata dal casello n. 74, via Fili, stazione di San Nicola Varco e Torrente Lignara fu anche designata dalla Commissione del Censimento, e, perciò, questa potrebbe approvarsi dall'Autorità ecclesiastica, essendo contenti i due Parroci, Paesano e Rago".Questi confini saranno tenuti presente da A. Menna nel delimitare il territorio del costituendo Comune di Battipaglia.
Il 23 settembre del 1927 la Curia Arcivescovile di Salerno accettò le indicazioni di don Michele Paesano e decretò la suddivisione della Piana, fissando i confini territoriali delle due Parrocchie, secondo gli accordi sopra descritti. Il decreto fu inserito nel Bollettino del Clero dell' Archidiocesi e ne fu rilasciata copia legalizzata ad entrambi i sacerdoti, con l'obbligo da parte di questi di attenersi a quanto fissato.
Mentre l'accordo per addivenire ad una definitiva delimitazione del territorio della nostra chiesa fu laborioso, i nostri avi avevano già deciso di appartenere tutti alla Madonna della Speranza, sia che fossero, anagraficamente, cittadini di Eboli, sia che lo fossero di Montecorvino Rovella.
Pertanto, quando don Mattia Rago decise di portare in processione la statua della Madonna dalla cappella Franchini a Belvedere, vietando di farla passare per le vie insistenti nel territorio di Eboli, gli abitanti al di qua di piazza Capone, in special modo le donne, armate di cenere, pietre, fango ed altro, fecero una vera e propria sommossa; in sei, riuscirono a prendere la statua ed a portarla in giro per il paese; il parroco ebbe appena il tempo di porre in salvo l'oro votivo. Prima di riconsegnare la statua della Madonna, trascorsero molti giorni e, durante questo periodo, fu tenuta ben custodita nei locali della ex Banca d'America e d'Italia.
Fu, certamente, questo episodio a far comprendere che ormai Battipaglia rappresentava un'unica realtà e che, pertanto, abbisognava di una nuova chiesa più grande, vero tramite per l'unione di cittadini della stessa terra, divisi solo da un certificato anagrafico. Molte, però, furono le difficoltà da superare per iniziare i lavori della costruzione di un nuovo tempio; dopo essere venuta meno la disponibilità di don Angelo Alfinito di mettere a disposizione il suolo, ove, poi, sarebbe sorta la sede del Banco di Napoli, fu inoltrata istanza al Comune di Eboli per ottenere il terreno necessario per la edificazione della nuova chiesa. L'Amministrazione comunale di Eboli si dimostrò sensibile alla richiesta e donò il terreno, ove fu poi eretto il Santuario. Il tempio fu progettato dall' Ing. Pompeo di Roma e, nel 1906 ci fu la posa e la benedizione della prima pietra. Inizialmente, fu dedicato alla Madonna del Carmine, la cui statua è ora venerata nella omonima Parrocchia del Rione Stella.
Alla presenza del Delegato vescovile Antonio Bove, predicò il Canonico Bonavoglia e, per l'occasione, fu chiamato anche don Luigi Marsicovetere, che era Economo Coadiutore di Albanella, della Diocesi di Vallo. Questa presenza fu molto gradita al popolo, in quanto don Luigi, diventato sacerdote grazie ad una borsa di studio offerta da donna Ippolita Franchini, tanto si era prodigato per la realizzazione dell'opera.
La chiesa fu terminata nell'anno 1917, grazie all'impegno ed alle offerte dei Battipagliesi; il costruttore fu Cosimo Sica, coadiuvato da Domenico Caprino. Fu costruita in stile romanico-basicale, con presenza, in taluni tratti di stile bizantino; di semplice fattezza, il costruttore curò, particolarmente, l'aspetto, artisticamente pregevole, della facciata, dove sono riscontrabili tracce di stile gotico.
La prima domenica di agosto dello stesso anno fu portata, trionfalmente, nella nuova chiesa la statua della Madonna del Carmine, acquistata a Napoli per 180 lire da don Carmine Turco, che, con i fratelli, donò anche un confessionale, il pulpito ed il battistero. Il parroco Giuliano di Faiano, offrì la prima campana, che, in mancanza del campanile, fu legata ad un finestrone della chiesa.
Battipaglia iniziò ad ingrandirsi, per l'operosità dei suoi figli, e, tra le tante iniziative, è da ricordare quella della costituzione di una "Società Cooperativa per la costruzione di Case Popolari", che nacque il 22 luglio del 1919 presso lo studio del dott. Giustino Rossi fu Francesco, Notaro in Eboli.
I firmatari furono:
Lorenzo Rago fu Fiorentino, Lavorgna Nicola, Rago Luigi, Giuliano Antonio, Pasquale Rago diDomenico, Domenico Rago fu Pasquale, Giuliano Francesco fu Antonio, Giuliano Vito di Antonio, Paraggio Carmine di Alessandro, Passarelli Stanislao di Francesco, Matteo Viviano, Landi Giovanni anche per LandiSal7ato, Lavorgna Luigi, Cestaro Vitantonio, Borriello Giuseppe, Ragone Pasquale, Antonio Sessa, Ragone Giuseppe, Vitaliano Alfonso, Giuliano Giuseppe diAntonio, Santoro Aniello di Domenico, Caputi Francesco Antonio, Giordano Giovannifu Raffaele, Natella Carmine diLuigi, Francesco Rocco fu Gerardo, Altieri Teresina, Gammella Gaetano, Pennasilico Gaetano fu Nicola, CataldiAntonio, Gioia Carmine, NastriLuigi fu Agostino, La Torraca Giovanni,Turco Carmine fu Francesco, Giuliano Francesco fu Raffaele, Vitale Vincenzo fu Salvatore, Carucci Alberto fu Domenico, Riccardi Francesco, Della Corte Giovanni, Scermino Luigi, Morelli Umberto, Gammella Lorenzo, Bonavoglia Giuseppe, Talamo Gennaro, Di Maio Fortunato, Ciliberti Nicola, De Giorgio Giuseppe, De Sio Ernesto fu Michele, Nastri Luigi fu Giuseppe, De Santis Luigi fu Rocco, Cannalonga Giuseppe, Turco Nicola di Carmine, Jemma Giovanni fu Nunziante, De Sio Domenico fu Michele, Rago Mattia, Casabella Carlo anche per l'ing. Rago Lorenzo, Capone Donato, dott. Campione Enrico, Fumai Nicola, Di Napoli Tommaso, Loffredo Michele, Gallo Giovanni, Naddeo Giovanni, Contino Giuseppe, D'Elia Giovanni, Guarino Raffaela maritata Desio, Elia Alfonso, Alfinito Nicola, Galasso Giovanni, Giudice Vincenzo, Viscido Gerardo, Masucci Rosmunda, Elia Vincenza, D'Alessandro Antonio, Forte Pasquale, Rago Giuseppe di Domenico, Rago Ciriaco di Domenico, Rago Emilio di Domenico, Natari Diodato, Casaturi Antonio, Caputo Vincenzo, Cucino Matteo di Andrea, Farina Nicola fu Francesco, Landi Matteo fu Alfonso, Leone Lazzaro di Salvatore, Petrone Alfonsina anche pel fratello Francesco, Landi Domenico di Amato, D'Amato Domenico fu Carmine, D'Amato Francesco di Domenico, Castagna Pasquale fu Nicola, Rocco Francesco fu Francesco, Naddeo Filomena, Morelli Emilio, La Cerra Rocco, Guarracino Carmine, Rocco Domenico, De Crescenzo Vito fu Salvatore, Desio Alfredo fu Michele, D'Amato Carmine fu Domenico, D'Amato Domenico di Domenico, Rago Ciro fu Fiorentino, per la Cassa Agraria di Prestito di Battipaglia Rago Ciro e Rago Domenico, De Crescenzo Vincenzo per Francesco De Crescenzo e per sè, D'Ambrosio Antonio fu Sabato, Campione Severo, Grimaldi Giulio.
Presidente del Consiglio di Amministrazione fu il sig. Nicola Farina.
Il 28 marzo 1929, con Regio Decreto, Battipaglia divenne Comune autonomo. E' interessante riportare alcuni passi della relazione redatta dal Comm. Alfonso Menna, per incarico del Comitato promotore, nel febbraio dello stesso anno ed inviata al Governo Nazionale a completamento dell'istanza inoltrata; al lettore, così, sarà chiaro come in poco più di vent'anni questa povera landa si fosse trasformata da borgo a centro operoso e di grande importanza, e di quanti interventi impellenti avesse bisogno, per la sua notevole e rapida crescita. Cosi il Menna relazionò: " (...) Dalla unificazione del Regno d'Italia ad oggi, l'importanza della frazione è divenuta sempre più notevole, onde, a ragione, Battipaglia si considera un fattivo centro di produzione, di carattere non solo provinciale, ma addirittura nazionale. Lo sviluppo è dovuto, principalmente, alla stazione ferroviaria omonima 37 che, dopo aver ricevuto il traffico proveniente da Napoli, Avellino e Salerno, lo immette in due linee importantissime: una verso la Basilicata, l'altra, costeggiando quasi il Tirreno, arriva a Reggio Calabria. E si è verificato, così, un rapido incremento demografico, industriale ed agricolo, che ha reso Battipaglia un centro importantissimo. Nelle zone prossime al nucleo abitato, sono sorte molte aziende agricole, che producono notevole quantità di frumento, latticini, ecc. Vi si trovano rinomati allevamenti di bovini, bufalini ed equini; molti caseifici, opifici stabilimenti di prodotti conservati e due efficienti tabacchifici, da poco impiantativi dalla S.A.I.S. (...) le correnti immigratorie costituite dalle molte masse di operai impiegati nei lavori agricoli, diedero luogo a nuovi legami di sangue; ed in breve tempo, sorse nella contrada di Battipaglia un nucleo abitato, con caratteri, costumi e bisogni diversi dalle condizioni della popolazione del capoluogo del Comune. Oggi financo la pronuncia è diversa ed il visitatore non deve durar fatica per accertare se un individuo sia della frazione oppure del Capoluogo. A questa netta conformazione ambientale di Battipaglia hanno contribuito le origini dei suoi abitanti e la speciale natura del suolo. (...) Alla bonifica fisica dovrà seguire quella delle menti. Troppo ancora domina la ignoranza nelle campagne. Nuove scuole bisognerà promuovere in più parti del territorio (...) Cosi` integrata, la funzione della istruzione primaria potrà foggiare l'agricolo del domani, capace di adempiere la millenaria arte dei campi, nutrice di tutti noi, scuola di costume, tempra di carattere, fucina soda e sicura. Altre opere occorrono nell'abitato principale di Battipaglia, per le quali il Comune di Eboli, da una parte, e quello di Montecorvino, dall'altra, non hanno fatto che profondere promesse e trastullarsi con chiacchiere. Sono indispensabili l'acquedotto, le fogne, il Cimitero, ecc. (...) Qui, in questa oasi, i coloni vivono in uno spirito associativo esemplare. I figli ed i nipoti, ammogliati e con prole, fanno sempre capo al vecchio e ne seguono religiosamente i consigli e le direttive, che sanno, per prova, frutto di una esperienza acquisita attraverso anni di duro travaglio, fra le insidie di un terreno mortifero (...) Il Comune di Eboli, che è stato causa dello stato negletto della plaga, e che non ne ha compreso mai la missione ad essa affidata dalla natura, ai fini della ricchezza regionale e nazionale, è il meno adatto oggi ad assecondare l'accennato movimento di rigenerazione e di bonifica. I rurali della Piana non dimenticano, abituati a considerare i fatti più che le astruserie e le disquisizioni teoriche (...)". Ed infine, circa la individuazione dei confini territoriali del costituendo Comune, il Menna così si pronunziò:"(...) La tradizione è la custode dei diritti storici, ed ad essa occorre far ricorso e preferenza di ogni altra fonte. Eppure, le informazioni raccolte dalla bocca dei naturali del luogo hanno formato i più sicuri elementi per la determinazione del territorio da assegnare al nuovo Comune. I naturali, depositari della tradizione antica, sono stati in grado di indicare i confini fra il territorio avente la denominazione diBattipaglia e quello con denominazione diversa. E, seguendo scrupolosamente le indicazione raccolte dalla viva voce degli abitanti, è stata progettata la linea di confine (... ). Il territorio che dovrebbe essere assegnato a Battipaglia ha conformazioni e bisogni nettamente d'istinti dalle altre zone (...)".I disagi della nostra popolazione furono affrontati dal Menna tempestivamente e con incisivi interventi, allorché fu nominato Commissario Prefettizio del nuovo Comune. I suoi primi mesi di attività, infatti, furono unicamente mirati alla risoluzione di problemi ritenuti vitali, manifestando, nelle decisioni adottate, doti non comuni di lungimiranza e saggia amministrazione della cosa pubblica.
Con la deliberazione n.1 del 4 maggio 1929, il Menna diede l'incarico all' Ing. cav. Carmine Sanchini per la redazione del progetto dei lavori del nuovo acquedotto. Tra le condizioni fissate nell'atto del mandato, vi fu quella dell'impegno da parte del tecnico di redigere il progetto gratuitamente, con il solo rimborso delle spese occorrenti per i rilievi di campagna e per le copie dei disegni.
Con la deliberazione n.4 del 16 maggio 1929, il Commissario iniziò le operazioni di censimento della popolazione, destinando ai lavori censuari i sigg. Vitolo Vincenzo, Petrone Radames, Merola Luciano e Pennasilico Nicola.
Con l'atto n.11 del 1 giugno 1929, conferì l'incarico all' Ing. cav. Luigi Centola per la redazione del progetto per la costruzione del Cimitero, che sarebbe sorto sul suolo di mq.13.910,40, di proprietà del Principe Ferrara Ferdinando fu Vincenzo. La convenzione per l'occupazione del suolo destinato a sede del Cimitero sarà stipulata il 21 giugno del 1933 tra l'avvocato Mario D'Elia di Giovanni, nella qualità di Podestà del Comune, ed il sig. don Antonio Del Balzo dei Duchi di Presenzano fu Gennaro, domiciliato in Napoli alla Riviera di Chiaia n.257, nella qualità di marito della signora donna Margherita Pignatelli di Strongoli del Principe Ferdinando.
Il costo per l'acquisto del suolo fu complessivamente di lire 21.000, pari a lire 1 e centesimi 50 per ogni metro quadrato di terreno ceduto. L'area individuata fu in contrada San Giovanni, a monte della via Nazionale, fra Battipaglia ed Eboli.
Il 17 giugno del 1929, il Menna affidò all' Ing. cav. Michele De Angelis l'incarico per la redazione del progetto di costruzione dell'edificio scolastico, individuandone l'area nel suolo, che sarà successivamente espropriato con decreto di S.E. il Prefetto dell' 11 aprile 1931 n.13546, di mq.4816, di proprietà della Marchesa Giulia Mastrilli fu Nunzio, maritata Mezzacapo; il colono di questo fondo era il sig. Biagio Mellone, cui, per i danni derivatigli alle culture agrarie, fu liquidata la somma di lire 1.800,00, con atto n 207 del 26 giugno 1931. La ditta aggiudicataria dei lavori risultò "La Muraria" di Roccapiemonte. L'edificio scolastico, con atto n.195 del 6 ottobre del 1932, podestà Mario D'Elia, sarà intitolato ad Edmondo De Amicis.
Con deliberazione n.19 del 22 giugno 1929, il Menna bandì il concorso, aperto a tutti gli ingegneri e gli architetti del Regno, per il progetto di massima del piano regolatore ed ampliamento dell'abitato di Battipaglia.
Con deliberazione n.104 del 28 settembre 1929, il Commissario approvò il progetto di costruzione delle fognature, redatto dall'ing. cav. Luigi Centola, coadiuvato dall'ing. Mario Ricciardi.
La sede provvisoria della Casa Comunale venne ubicata nella sede attuale della Deutsche Bank.
A tal'uopo, il Menna, con proprio atto n.63 del 12 aprile 1930, acquistò le case demaniali contraddistinte dai numeri 66, 67, 68, 69 e 70, incaricando l'Ing. cav. Michele De Angelis a redigere un progetto di trasformazione di detti locali ad uffici comunali.
Il 24 maggio dello stesso anno, venne collocato a riposo, per motivi di inabilità fisica, il medico condotto dott. Enrico Campione e, nelle more dell'espletamento del relativo concorso, venne nominato, provvisoriamente, il dott. Rodolfo Roscigno.
Il 10 marzo 1931 fu stipulata una convenzione tra il Comune di Battipaglia, nella persona del Commissario prefettizio A. Menna, e la principessa Strongoli Emilia, di Luigi, maritata Ferrara di Castiglione, domiciliata in Napoli e debitamente autorizzata alla stipula dell'atto, per la concessione al Comune di un terreno, dalla superficie di mq. 2800, occorrente per la sede del serbatoio dell'acquedotto; il corrispettivo di detta cessione si estrinsecò nell'obbligo da parte del Comune di erogare alla principessa ed ai suoi discendenti, in perpetuo e senza canone alcuno, mc.3 di acqua al giorno.
L'11 aprile dello stesso anno, Alfonso Menna, con atto n.100, conferì la cittadinanza onoraria al N.H. Antonio Conforti, da ricordare come uno dei promotori dell'istanza alle Autorità nazionali per l'elevazione di Battipaglia a Comune autonomo.
Il 7 agosto del 1931 fu nominato medico condotto del Comune, con atto deliberativo n.213, a seguito espletamento di regolare concorso, il dott. Vincenzo Venosa, che ha lasciato, per l'opera meritoria svolta nel nostro Comune una traccia indelebile.
Il Menna, in una nota del 7 settembre 1930, così testimoniò: "Son ben lieto di attestare che il dott. Venosa Vincenzo esercita, fin dal 1922, la professione di medico-chirurgo in Battipaglia. Da quell'epoca ad oggi, per spiccata cultura scientifica e per gli alti sentimenti sanitari e filantropici di cui è dotato, ha riscosso sempre il placito delle Autorità e della Cittadinanza, tanto da essere circondato, in questa plaga, da concorde, generale estimazione, e citato ad esempio. Inoltre il dott. Venosa, da circa un anno, presta la sua opera, a titolo gratuito, presso l'ambulatorio di Profilassi sociale, con grande sollievo della popolazione, povera e sofferente, onde, anche sotto quest'aspetto, è meritevole di alta ammirazione".
Il 19 settembre del 1931, a seguito della nota prefettizia n.23302, con la quale si prescriveva il riordinamento della denominazione stradale, il Commissario Prefettizio, con deliberazione n.350, intitolò nuove strade e piazze, quali Via Roma, via F.Turco, via M. Sica, via XXVIII Aprile, via M. Ripa, piazza Tusciano, ecc.
Alfonso Menna, pertanto, è da considerarsi il vero padre della Battipaglia moderna e della sua opera meritoria se ne ricordò il Sindaco dott. Antonino Concilio, che il 29 marzo del 1987, con una cerimonia semplice masignificativa, gli conferì la cittadinanza onoraria.
Il festeggiato, visibilmente commosso, nel suo breve intervento, ricordò che il Comune di Battipaglia, all'atto della sua costituzione, risultava essere al catasto di ettari 5671,85,52, di cui 4477,18,35 derivanti dal Comune di Eboli e 1194,67,17 derivanti dal Comune di Montecorvino; il numero degli abitanti, risultanti dalle prime operazioni censuarie, fu di 8.049, di cui 2.854 nativi del posto, 4.113 provenienti da altri Comuni della Provincia di Salerno, 1.048 originari di Comuni di altre Provincie, 34 provenienti dall'Estero. Alla fine del suo discorso aggiunse:" (...) in questo momento, tutto il periodo della mia gestione, che durò tre anni, sei mesi ed otto giorni, si scandisce nella memoria come una sequenza cinematografica. Vivono nella memoria fatti ed uomini, ogni angolo di Battipaglia è un ricordo. Con il ricordo delle cose, il pensiero grato va a tutti coloro che con me operarono intensamente per la edificazione del Comune. Particolarmente il pensiero va al degnissimo segretario prof. Iannuzzi ed ai funzionari De Sio e Pennasilico, nonché all'Ufficiale sanitario dott. Roscigno ed a quanti altri con me e più di me tutto diedero perchè la nuova entità comunale crescesse e veleggiasse vesso il suo immancabile sviluppo. Nulla fu omesso, e la realtà di oggi sta a dimostrare la piena bontà di quell' opera e la grande fede di cui fu animata".
Alla morte di don Mattia Rago, avvenuta il 2 luglio 1930, all'età di 53 anni, la reggenza della Parrocchia fu affidata a don Aniello Vicinanza, nativo di Salerno, ma domiciliato a Belvedere di Battipaglia. Le prediche domenicali di questo giovane sacerdote (aveva a quel tempo solo 28 anni) erano irradiate da profonda fede e caratterizzate da grande vigoria. Il discorso, tenuto durante la Messa della domenica del 14 luglio 1931, gli procurò una diffida, notificatagli il 17 agosto dello stesso anno, da parte della Questura di Salerno, a seguito ricorso avanzato da un ufficiale della Milizia presente in chiesa, il quale ritenne offensivi al regime alcuni passaggi dell'omelia.
Il 12 settembre dello stesso anno, il Vicinanza scrisse al Prefetto della Provincia un esposto a discolpa, da fare allegare ai capi di accusa esistenti in Questura, nel quale, sintetizzando i punti trattati nell'omelia domenicale, evidenziò la malafede e la disattenzione del milite accusatore.
Il novello sacerdote dimostrò, nella sua opera, elevati capacità organizzative; ampliò la chiesa con le due navate laterali, per complessivi mq. 100, e la dotò anche di un ufficio parrocchiale; collocò nella navata di sinistra l'altare del Sacro Cuore, offerto dalla famiglia De Crescenzo, ed in quella di destra l'altare della Madonna Addolorata, offerto dalla famiglia Daniele. I costi sostenuti per i lavori di ampliamenti furono affrontati, esclusivamente, con le offerte generose dei battipagliesi e con il contributo del Comune, che concorse con un sussidio di cinquemila lire. Ma, proprio quando don Aniello stava rendendo la chiesa di Battipaglia tra le più belle della Diocesi, l'Arcivescovo Monterisi, visti lo zelo e la capacità del sacerdote, lo trasferì a Salerno, affidandogli la cura della Chiesa Ricettizia della SS. Annunziata.
Il 13 giugno del 1933 fu bandito il concorso per Canonico e risultò vincitore il sacerdote don Vincenzo Marino, già Parroco di San Bartolomeo in Eboli, che prese possesso della carica il 16 luglio dello stesso anno. Lentamente, il nuovo Parroco riuscì ad accattivarsi la simpatia dei Battipagliesi, i quali accorrevano in chiesa con fede e devozione ed, in rapporto alle possibilità economiche, donavano qualsiasi cosa il Parroco chiedesse loro. Don Vincenzo chiamò il pittore-decoratore Bencivenga di Eboli, per commissionargli i lavori di restauro della chiesa, consistenti nel rifacimento della soffitta con rete metallica ed il dipinto dell'immagine della Madonna della Speranza, lungo mt. 6 e largo mt. 4, nonché il decoro di diversi angeli in rilievo.
L'Amministrazione comunale, nella persona del Sindaco De Devitiis, donò i balaustri ed un prezioso ombrellino per il trasporto, durante la processione annuale, del SS. Sacramento.
Don Oscar Pastore, proprietario della tenuta di Porta di Ferro, offrì una pianeta, tutta ricamata in oro, ed una pisside in argento. La magnanimità di quest'uomo si manifestava, annualmente, allorché, nel giorno di S. Antonio, era solito offrire nella sua villa un pranzo ai poveri della zona. Tra le volontà testamentari, alla sua morte, vi fu la donazione di uno stabile sito in via Gorizia all'Ordine religioso "Figlie della Carità del Preziosissimo Sangue", le cui suore sono presenti nella nostra cittadina prima che Battipaglia diventasse Comune autonomo. La loro opera è stata riconosciuta, in modo unanime, determinante per la formazione e la crescita morale e civile dei Battipagliesi. Esse giunsero a Battipaglia nell'anno 1922; presero alloggio in via Roma pal. D'Ambrosio e la comunità comprendeva le suore: Candida Petrone, Superiora, Agnese Scozia, Gertrude Gambone e Fara Pagliarulo.
Suor Candida, insegnante, si dedicava al doposcuola dei ragazzi frequentanti le elementari; suor Agnese curava la scuola materna ed insegnava nozioni musicali; a suor Gertrude era affidato un laboratorio di ricamo; suor Fara era destinata alla cucina. Le attività, quindi, cui venivano indirizzati i ragazzi e le giovinette erano molteplici, tanto che alla fine di ogni anno scolastico, veniva organizzata una manifestazione-saggio, che vedeva la presenza di gran parte delle famiglie battipagliesi.
Don Vincenzo Marino, abituato alle tradizionali funzioni religiose di Eboli, introdusse anche in Battipaglia la devozione al Cristo Morto e, quindi, istituì la processione del Venerdì Santo, diffondendo, così, la devozione al S. Cuore di Gesù.
Nel 1933 ebbe inizio la costruzione del Cimitero, portata a termine dalla Ditta Alfonso e Michele Barba nel 1936.
Nell'anno 1939 fu iniziata la costruzione del campanile; don Vincenzo mal vedeva quella piccola campana attaccata ad un finestrone della chiesa e chiamati a raccolta i fedeli, li invitò ad affrontare ulteriori sacrifici per la realizzazione dell'opera e permettere di far giungere la voce della chiesa nei posti più lontani del territorio comunale; in quegli anni, infatti, dalla Parrocchia di Battipaglia dipendevano zone molto distanti dal centro: Buccoli a 3 Km., Filigalardi a 4, San Nicola Varco a 6, Corno d'Oro a 4, Improsta a 6, Porta di Ferro a 7, Campolongo ed Arenosola a 15, San Berniero a 14, Spineta a 10, Belvedere a 2, Serroni a 4, Fabbrica Nuova a 5, Verdesca a 6 e Picciola a 10.
Fu indetta un'asta, forse la prima nella storia di Battipaglia, ed una domenica mattina 5 automezzi della Ditta Baratta scaricarono mattoni nel piazzale antistante la chiesa; i fedeli furono invitati ad acquistarne tanti quanti permettessero le possibilità di ciascuno, al costo di 5 soldi l'uno.
Portarono avanti questa singolare iniziativa, con eccellenti risultati, i signori Landi e Lionetti, quest'ultimo cassiere del Banco di Napoli.
La prima pietra del campanile fu posta nell'anno 1939, alla presenza del Mons. Monterisi, che fu accolto da una folla entusiasta; numerose furono le offerte ed, in pochi mesi, l'opera fu portata a termine.
I figli di Paolo Baratta offrirono una campana di 12 q.li, mentre un altro bronzo di 2 q.li fu donato dall'ing. Rago. La Ditta Baratta mise a disposizione un paranco e degli operai per sistemare le due campane nella loro sede e, in occasione della domenica delle Palme dello stesso anno, i bronzi furono benedetti; il più grande fu battezzato col nome di "Salvatore, Maria Speranza" ed il più piccolo con quello di "Maria, Carmela"; i padrini furono, rispettivamente, Ettore Baratta e Pasquale ed Agnese Rago.
Nel 1941 arrivarono a Battipaglia i Padri Stimmatini e di questo avvenimento è interessante leggere alcuni passi delle memorie di Padre Silvio Valentini (28/11/1911 - 08/05/1987), uno dei pionieri di quest'Ordine religioso: "(...)Nel 1941 padre Luigi Fantozzi (02/05/1870 - 04/12/1953) fu incaricato dal Superiore Generale, padre Giovanbattista Zaupa, di interessarsi per una Fondazione Stimmatina in Campania. Si recò a Napoli, a Pozzuoli, a Castellammare di Stabia, a Sorrento, ma senza alcun risultato soddisfacente. Il 23 aprile dello stesso anno si presentò all'arcivescovo di Salerno, Mons. Monterisi (21/05/1867 - 30/03/1944), il quale, sentito lo scopo della visita, alzando gli occhi al cielo, esclamò "Voi siete mandato dalla Provvidenza. Deo gratias!" Con il Vicario Generale, Mons. Balducci, padre Fantozzi visita Battipaglia, cittadina in pieno sviluppo demografico, industriale ed agricolo. Assieme formulano varie ipotesi di azione pastorale degli Stimmatini a Battipaglia, ma nessuna era di immediata possibilità finché c'era il Parroco in loco. Vi fu, però, la promessa da parte dell'Arcivescovo che agli Stimmatini sarebbe stata affidata la Parrocchia, appena fosse stato possibile. E così padre Fantozzi ritornò a Roma. Il 13 maggio, la Curia di Salerno comunicò a padre Fantozzi che, essendo deceduto il parroco di Battipaglia, l'arcivescovo sarebbe stato felicissimo di affidare la cura di Battipaglia all'Istituto dei PP.Stimmatini e supplicava caldamente di non rifiutare l'offerta. La cosa fu subito conclusa e padre Fantozzi arrivò pochi giorni dopo e prese alloggio provvisoriamente nella villa Alfani, mentre, per il cibo, si prestarono generosamente le Suore del Preziosissimo Sangue, che reggevano l'asilo a Battipaglia. Lo raggiunse il 17 giugno padre Silvio Valentini ed assieme iniziarono a farsi conoscere come i nuovi Padri che avrebbero retto la Parrocchia. Ebbero buona accoglienza, prepararono le cose con le Autorità e si preoccuparono di trovare una casa. La trovarono al centro, al palazzo Salzano, ed iniziarono ad arredarla del necessario, iniziando da zero...!
Il 2 luglio arrivò a Battipaglia padre Michele Madussi, in qualità di Parroco e Superiore, e, poco dopo, padre Giovanni Festoso (01/11/1914 - 08/12/1962), novello sacerdote, fra' Vincenzo Schiavo, in qualità di cuoco della Comunità. Il mattino della domenica 10 agosto 1941, il Vescovo Mons. Monterisi, venne da Salerno e diede il possesso canonico della Parrocchia a padre Madussi; erano presenti le Autorità civili e religiose ed un'enorme massa di fedeli. Il novello Parroco pronunciò un discorso di presentazione, che riscosse unanime consenso; poi parlò l'Arcivescovo, dicendosi lieto oltre ogni dire per la felice circostanza, salutò e benedisse i Padri, promettendo il suo interessamento ed il suo aiuto affinché, al più presto, Battipaglia potesse avere una nuova grande chiesa, resa necessaria dal suo sviluppo demografico e dalla ristrettezza della chiesetta della Speranza. Iniziò, così, la vita della nuova Comunità in Battipaglia e, ben presto, i fedeli ebbero modo di constatare il dinamismo apostolico del nuovo Parroco e la sua parola, che, specie alla domenica, suscitava prima meraviglia e poi entusiasmo. Una settimana dopo la presa di possesso della Parrocchia, padre Fantozzi partì, lasciando un ricordo di stima e di affetto. Il 27 agosto arrivò padre Diego Paleari, che sarà di valido aiuto alla Comunità.
La prima iniziativa intrapresa dal Parroco fu il censimento della Parrocchia, per meglio avvicinare i fedeli e, di conseguenza, rendersi conto delle necessità spirituali e materiali della nuova comunità. Il Parroco fu spesso a contatto con le locali Autorità, per impostare a dovere il problema della costruzione della nuova chiesa. Durante i mesi estivi, i Padri si prestarono anche per le ripetizioni a parecchi studenti. Padre Festoso organizzò ottimamente l'Oratorio e la Schola Cantorum; si fece promotore anche di gare sportive e lunghe passeggiate. Il 3 ottobre arrivò don Michelangelo Zanetti (20/07/1870 - 15/05/1956), che con mirabile spirito di sacrificio e di obbedienza, nonostante l'età avanzata, affrontò generosamente il disagio del lungo viaggio da Verona. Subito accettò di recarsi ogni settimana al Seminario Diocesano per la confessione dei seminaristi e dei professori dello stesso Seminario. Arrivarono da Verona anche due nuove biciclette "Bianchi", regalate con generosità dal Padre Direttore delle Stimmate, don Gino Benaglia, volendo, così, aiutare la nuova Fondazione ed anche ringraziare Padre Valentini, che era stato per ben sette anni alle Stimmate, in qualità di Assistente e Censore.
Con l'inizio dell'anno scolastico, ci si preoccupò pure di prendere contatto con gli scolari per il catechismo nelle Scuole, cosa che distinguerà sempre la nostra pastorale nel Sud, e ciò con grande beneficio per l'istruzione religiosa della massa.
Il catechismo, poi, fu fatto tutte le domeniche dal Parroco e dagli altri Padri. Le funzioni furono fatte con decoro e devozione, riscuotendo apprezzamenti ed ammirazione da parte dei fedeli. Sembrò che fosse scoppiata una grande gioia a Battipaglia con la venuta dei Padri, in special modo, per l'opera dei giovani Padri fra la gioventù ed i ragazzi. Di domenica, oltre alla Messa nella chiesa parrocchiale, si celebrava pure nelle cappelle di Santa Lucia e Porta diFerro. Le bici risultarono utilissime! Il Parroco, padre Madussi, si preoccupò di acquistare un buon "armonium" a Napoli e tante altre suppellettili di prima necessità per la chiesa, come pure fu necessario fare per la casa situata al quinto piano di via Roma; povero padre Zanetti che doveva fare 87 scalini! fra' Vincenzo si industriava a fare i pasti, ma spesso si trovava in difficoltà, dati i tempi di ristrettezza... qualche volta mancava il vino....qualche altra la frutta..., ma nessuno si scandalizzava o mormorava, nella consapevolezza che gli inizi sono duri per tutti.
Però incominciammo anche a constatare la generosità della gente del luogo, che capì subito la nostra situazione. Furono incrementate le varie Associazioni di Azione cattolica, delle Madri Cristiane, dell'Apostolato della preghiera, ecc. La pastorale di questi primi mesi dei Padri, nel nuovo campo di lavoro, fu veramente intensa, sotto la guida esperta di don Madussi, che lavorava indefessamente, esigendo fortemente dagli altri Padri, che, per la verità, non si tirarono indietro. Iniziò, così, l'anno 1942, sempre con molto lavoro per la Comunità.
A febbraio padre G.B. Carnevali venne a prendere la Direzione dell'orfanotrofio di Farina, offertaci dai dirigenti della S.A.I.M.; egli spesso veniva a Battipaglia per il ministero della predicazione, mentre, spesso, specie di domenica, celebrava nella nuova chiesa costruita dalla S.A.I.M. In agosto, a sostituire padre Carnevali, arrivarono padre Solario Pozzi (16/07/l914 - 08/08/1986), per l'orfanotrofio, e padre Beniamino Maiori (11/06/1883-23/05/1946), per la chiesa di Farina. La pastorale in Parrocchia fu sempre tenuta in grande efficienza, basti ricordare come venivano condotte le funzioni, sostenute dai canti del Coro, diretto da padre Festoso, per la Settimana Santa, per la festa della Madonna della Speranza, per le prime comunioni, per la cresima di oltre 200 adulti, ecc. (...). Il 10 luglio padre Silvio Valentini fu nominato Curato di Belvedere-Bellizzi, in attesa della venuta del nuovo Parroco, si estese, così, il campo di lavoro in questa zona, bisognosa di assistenza spirituale. I13 settembre arrivò il designato nuovo Parroco di Bellizzi-Belvedere, nella persona di padre Cesare Salvadori (04/11/1908 - 01/04/1982), cui il 15 di novembre fu assegnata dall'Arcivescovo la cura di detta Parrocchia, pur facendo parte della Comunità diBattipaglia. L'8 dicembre fu solennemente celebrato il 25.mo anno di sacerdozio del Parroco don Michele Madussi. Venne eseguita la "la pontificalis" del Perosi e padre Zanetti tenne il decorso gratulatorio; il 10 dicembre, in un teatro gremito di gente, padre Festoso fece eseguire la "Pianella perduta nella neve" con ottimo successo. Da ricordare che, ai primi di ottobre, era stato assegnato alla comunità di Battipaglia anche il giovane padre Rinaldo Ribezzi, sicché la presenza dei religiosi Stimmatini contò ben nove membri. (. . . ) Si iniziò anche una scuola di primo ginnasio per alcuni giovanotti (. . .) e dei sei che parteciparono al corso, uno diventerà sacerdote don Antonio Riccardi. A marzo, ci fu la visita del Padre provinciale, don Vittorio Gardumi (08/02/1909 - 08/12/1986), che rimase entusiasta del luogo e del modo in cui la Parrocchia era assistita dalla comunità battipagliese. (...)".Da questi brevi cenni, che tracciano, in modo succinto, l'attività svolta dai PP.Stimmatini nei primi due anni di loro permanenza nella nostra Città, il lettore può capire quanto incisiva sia stata la loro opera sia in campo religioso che civile; Mons. Guerino Grimaldi, in occasione della ricorrenza del cinquantenario degli Stimmatini a Battipaglia, così volle sintetizzare la loro opera :"Giunti quando Battipaglia era poco più di un borgo rurale, essi si sono preoccupati non solo di cambiare la condizione sociale, di creare nuove strutture, situazioni più perfette, di offrire soluzioni tecniche ai problemi, ma anche di salvare l'uomo, tutto l'uomo ed ogni uomo, dandogli il senso dei suoi diritti e dei suoi doveri, della dignità e del suo destino eterno".
Questo sviluppo morale e civile dovette, però, di lì a pochi mesi, subire una brusca e dolorosa interruzione a causa degli eventi bellici che colpirono Battipaglia.
Preferiamo rivivere quei tristi momenti attraverso alcune testimonianze autorevoli.
Padre Silvio Valentini ci ha tramandato:"C'era la guerra, ma noi tutti la credevamo lontana, finché alle ore 13,00 del 21 giugno 1943, quando tutti stavamo mangiando, 36 quadrimotori si abbassano su Battipaglia e fanno una strage! Tutti i Padri si danno da fare per soccorrere i feriti ed accompagnare al cimitero i morti che risultano essere più di trenta. Il Parroco ha il coraggio di rimanere in Battipaglia, mentre gli altri Padri cercano rifugio presso qualche masseria. La gente incomincia a lasciare il paese. Padre Zanetti e padre Tambalo partono per Verona e cosi` faranno, di lì a qualche giorno, gli altri Padri; rimangono solo padre Madussi e padre Valentini a Battipaglia, padre Salvadori a Bellizzi e padre Miori alla Picciola. I bombardamenti si fanno sempre più intensi e feroci, sicché anche padre Madussi e padre Valentini lasciano Battipaglia e si rifugiano ad Olevano sul Tusciano, presso il Parroco di Monticelli, don Albino degli Bovi; che li ospita con tanta carità. Ma anche ad Olevano arrivano le bombe che mietono vittime ovunque, pure accanto a noi, che dormiamo nelle grotte, finché si ha notizia, in una fatidica notte, dell' avvenuto sbarco alleato su tutto l'arco del golfo di Salerno, preceduto da un fuoco continuo preparatorio allo sbarco, e pensare che padre Valentini, alle otto di sera, si trovava a Battipaglia per prelevare la statua della Madonna della Speranza dalle macerie della chiesa, bombardata la notte precedente, e portarla nelle grotte di San Michele ad Olevano. Ad aspettare padre Silvio Valentini, con la statua, vi sono un migliaio di battipagliesi, che avevano colà trovato rifugio. Padre Madussi, appena può, si mette in contatto con gli Americani, finché gli viene affidato l'incarico di interprete per la costituzione delle Autorità in ogni paese della zona. Padre Salvadori si salva, scappando di masseria in masseria, in territorio di Bellizzi-Montecorvino, padre Miori, che si trova in località Picciola, viene liberato dagli Americani, ma relegato nella Sacrestia della chiesa, in quanto gli vengono confiscati la canonica, l'orfanotrofio ed il giardino. Don Michele e don Silvio, appena possono, scendono a Battipaglia per portare aiuto a chi ha bisogno, finché don Michele trova alloggio presso la masseria di Bartolomeo Jemma e don Silvio presso quella di Rinaldi Fiorentino. Padre Madussi celebra la Messa domenicale in piazza, mentre padre Valentini fa altrettanto a Belvedere ed a Santa Lucia (...).
La compianta dipendente comunale Concetta D'Amico, nel suo diario inedito "Tempo di guerra" ricorda persone ed episodi con stile di vero cronista: "(...)Battipaglia, il 21 giugno 1943, fu bombardata e fra quel caos vidi don Pasquale ansimante, grondante di sudore che, coadiuvato dai suoi operai agricoli, con pale e picconi, buoi ed aratri messi a disposizione, scavava fra i detriti dei palazzi crollati per dissotterrare vittime e feriti; coadiuvato nell'opera di salvataggio anche dall'allora Segretario politico del Fascio, dr. De Angelis Amedeo, che, anche in qualità di medico, apportò le prime cure di pronto soccorso, invitava la cittadinanza alla calma e ad evacuare il paese (... ) Si prodigò, infrangendo leggi e regolamenti, allora severissimi in merito, per requisire bestiame e farlo affluire nei Comuni vicini, affinché la carne macellata venisse distribuita fra i suoi concittadini. Per rincuorare ed alleviare le pene dei battipagliesi, don Pasquale, con il Parroco don Michele Madussi, un giorno era ad Olevano, un altro a Montecorvino, un altro ancora a Campagna. (... )"
Ed ancora, la D'Amico ricorda l'opera dei dipendenti comunali Pomponio Salvo ed Andrea Genco, i quali " (...) si prodigarono a tamponare le falle che, a causa dei bombardamenti di quel 21 giugno, si erano prodotte sulla conduttura idrica (...)".
Ed inoltre ricorda l'eroico comportamento del Capo-Stazione aggiunto Iacazzi Pio e del manovale Mortale Mario, i quali con sprezzo del pericolo effettuarono lo sganciamento di un carro ferroviario, carico di benzina, che, per cause non precisate, aveva preso fuoco; tale azione coraggiosa evitò un vero disastro in quanto anche gli altri carri del convoglio erano carichi di benzina ed esplosivi.
I due ferrovieri "(...) ebbero riconoscenze al Valor Civile da Unità militari Alleate e da Autorità politiche, nonché attestati di stima e di affetto dalla cittadinanza tutta." Ed, infine, la nostra cronista dedica alcune pagine del suo diario al parroco don Michele Madussi, ricordandone l'opera indefessa e la grande umanità.
Indubbiamente Battipaglia visse in modo drammatico questo triste periodo della storia italiana; insieme a Cassino, fu la città più martoriata dalle incursioni aeree americane: a quella citata del 21 giugno, ne seguirono altre violentissime il 2 ed il 17 agosto; la più drammatica, infine, fu l'ultima avvenuta nella notte tra l'8 ed il 9 settembre 1943: trentasette Wellington sganciarono sulla nostra cittadina circa ottanta tonnellate di esplosivi, che la devastarono tragicamente. Tale operazione bellica era stata programmata dagli anglo-americani per consentire lo sbarco sulle nostre spiagge di uomini e mezzi della V Armata, agli ordini del generale Patton. Eppure poche ore prima il Maresciallo Badoglio aveva letto alla radio il messaggio che informava gli italiani dell'armistizio firmato il 3 settembre a Cassibile, in Sicilia. Dai nostri casolari iniziò la marcia inarrestabile verso Roma degli anglo-americani; numerosi furono gli scontri, tanti i morti ed i feriti; le strade di Battipaglia, tra cumuli di macerie, a stento permettevano il passaggio di mezzi militari. La stazione ferroviaria fu completamente distrutta; il ponte sul fiume Tusciano abbattuto; i civettuoli fabbricati di una cittadina ridente rasi al suolo; fortemente danneggiati le reti idrica e fognaria; il palazzo comunale, orgoglio dei battipagliesi, inaugurato proprio agli inizi del conflitto, e l'edificio scolastico "E. De Amicis" resi inservibili; danneggiati lo zuccherificio, gli stabilimenti conservieri Baratta, Rondino e Clarizia, i tabacchifici SAIM S. Mattia e S. Lucia, i caseifici Jemma, Villecco, Cecaro, Di Lascio, Galdi, De Luna, De Vita, Gammella, Paraggio, Passarelli, Arena, e Giordano, la fabbrica di laterizi di Guarracino e Baggiano, la fabbrica di alluminio dei fratelli Talamo, le segherie di Gallo-Tortorella, Iannone Cosimo e Landi Alfonso; tante altre attività commerciali, costruite in anni di duro lavoro, cancellate dalla ferocia della guerra.
Che spettacolo di distruzione dovette presentarsi agli occhi dei nostri padri, quando, nell'ottobre del '43, rientrarono dai rifugi di fortuna o dai fronti di guerra: rovine su rovine e, tra di esse, solo carcasse di jeep ed automezzi militari!La nostra Città, infine, pagò un enorme tributo di sangue e riteniamo doveroso riportare quanto si apprende dal lavoro certosino svolto dalla già menzionata sig.na Concetta D'Amico; nel suo lavoro inedito, intitolato " A chi c'era, per ricordare, ed a chi non c'era, per sapere" veniamo a conoscenza che durante la II guerra mondiale, caddero per la Patria 116 concittadini: 29 in Russia, 19 nei Balcani, 15 in Africa Settentrionale, 3 in Africa Orientale Italiana, 4 nei campi di concentramento, 2 in lager nazisti, 31 in Italia, 11 in combattimenti navali, 1 in scontri aerei; nel lavoro sopracitato la D'Amico ricorda anche i nostri compaesani insigniti con medaglia e che qui riportiamo: Caldi Vincenzo, medaglia d'oro; Fierro Alfonso, medaglia d'oro al Reggimento; Carabiniere Carbone Antonio, medaglia d'argento; Caporal magg. Ciccone Vincenzo, medaglia di bronzo; Spera Cosimo, due medaglie di bronzo.
Ricorda, infine, che i civili caduti a Battipaglia durante le incursioni aeree furono 77, mentre 44 furono i feriti.
Terminata la guerra, i battipagliesi, fortificati dai sacrifici e dalle umiliazioni, si accinsero ad affrontare una nuova vita, pronti a sopportare l'incombente onere della ricostruzione morale e materiale. E la rinascita di Battipaglia fu possibile perché i suoi figli, riprendendo quanto scritto da Silvio Bertoldi sulla ripresa economica italiana, furono animati da "spirito di iniziativa, fantasia, capacità di inventare, intraprendenza, genialità individuale, orgoglio competitivo, abilità nel risolvere empiricamente problemi per altri insuperabili". L'8 dicembre del 1943 il Governatore alleato nominò Commissario al Comune l'industriale Primo Baratta, che dimostrò capacità ed eccezionali doti umanitarie, offrendo aiuto a quanti ne avessero bisogno. Ricoprì tale carica fino al 27 settembre del 1945, allorché gli successe nella carica il dott. Licio Petrone.
Iniziò lentamente la ripresa delle attività lavorative e sociali della nostra popolazione. Anche la chiesa venne sgombrata dai detriti e riaperta al culto e, nella domenica di Pasqua del 9 aprile 1944, la statua della Madonna ritornò nella sua sede, da Olevano sul Tusciano, fra l'entusiasmo della gente. Molto utile si dimostrò per i lavori di ricostruzione della chiesa l'autocarro SPA 38 donato al Parroco don Michele Madussi dagli Alleati, per il trasporto materiali. Le incursioni aeree in quei giorni funesti avevano mandato in rovina anche la casa che ospitava le Suore, che erano state costrette a lasciare Battipaglia per luoghi più sicuri; suor Agnese si era trasferita a Roma. Ma, alla fine della guerra, numerose furono le istanze per far ritornare le religiose nel nostro paese; grande fu la tenacia e la perserveranza, in tale iniziativa, della signorina Angelina Auletta, che si prodigò per ottenere dalla famiglia Pastore la donazione di una casa all' Ordine religioso, dove fu dalle suore allestita una scuola materna, che ha funzionato fino a pochi mesi fa. In essa accolsero oltre 150 bambini, frequentanti l'asilo, 50 giovanette, che imparavano l'arte del ricamo, ed altrettanti ragazzi, che facevano doposcuola ed apprendevano le prime nozioni di musica.
Il 13 ottobre 1946, lasciato alle spalle il doloroso periodo bellico, si svolsero le prime elezioni amministrative dell'era repubblicana, con la partecipazione di 48 candidati, distribuiti in tre liste.
Renato Moncharmont, che diventerà Sindaco, capeggiava quella socialcomunista, Lorenzo Rago quella civica dell"'Uomo Qualunque" e Primo Baratta quella della Democrazia Cristiana.
Il 15 ottobre 1946 furono proclamati eletti i seguenti 20 consiglieri comunali: Rago Lorenzo, Baldi Antonio, Moncharmont Renato, Napolitano Teresa, Passarelli Stanislao, Femina Liberato, Castellano Aniello, Esposito Raffaele, Lieto Nicola, Concilio Giovanni, Ciulli Mario, Cantalupo Pasquale, Cuozzo Giuseppe, Barba Michele, Betti Nello, Nebuloni Giovanni, Caputo Vincenzo, Rossomando Gennaro, Landi Matteo, Quaranta Emilio.
Si concretizzò, inoltre, con la costruzione della nuova chiesa, l'invito rivolto alla popolazione del 10 agosto 1941 da Mons. Monterisi.
Padre Madussi, prima, e don Vittorio Gardumi, dopo, si adoperarono per l'individuazione di un terreno su cui far sorgere il nuovo tempio. Il primo interesse fu rivolto al sito nelle vicinanze del Santuario, dove si trovava la masseria detta "Mellone", dal nome degli affittuari, ma di proprietà del sig. Mezzacapo di Napoli, che pur intenzionato a venderlo, avanzò richieste ritenute esose.
I Padri Stimmatini, pertanto, con enormi sacrifici, acquistarono il 25 gennaio 1948 un suolo adiacente il Municipio, in via Italia, di circa 4000 mq. Nel frattempo, l'Istituto INA-CASA ottenne l'esproprio di una parte del terreno di proprietà del Mezzacapo, per la costruzione di case popolari, e ciò indusse il proprietario ad offrire all'Ordine, fondato da San Gaspare Bertoni, la restante parte del suolo a prezzo accessibile, che fu concordato tra le parti in lire 900 al metro quadro.
Fu così deciso di rivendere il terreno precedentemente acquistato, per comprare il suolo ove l'11 giugno del 1950 verrà posta la prima pietra per la costruzione della nuova chiesa .
Il 25 maggio del 1948, successe al Moncharmont il sig. Lorenzo Rago, che ricoprì la carica di Sindaco fino al giorno della sua misteriosa scomparsa, avvenuta il 20 gennaio 1953, tranne un breve periodo (24/3/52 - 2/7/52) di gestione commissariale del dott. Varriale Salvatore.
L'episodio della sparizione di don Lorenzo rappresenta ancora oggi un problema insoluto e, negli anni cinquanta, tenne col fiato sospeso Battipaglia e la Nazione.
Riportiamo i particolari relativi alla scomparsa del Rago, pubblicati sul settimanale d'attualità, n.19 del 13 maggio 1954, "Settimo Giorno": "(...)Alle ore 21,30 del 20 gennaio 1953 il Sindaco Lorenzo Rago, di ritorno da Salerno, giunto in prossimità del passaggio a livello che regola il traffico sulla nazionale Salerno-Agropoli-Potenza, fermata la "giardinetta" in attesa del passaggio del treno, si accomiatò, come al solito, dal suo autista Antonio Marotta. Prese posto al volante, diede uno sguardo ai giornali, scambiò quattro chiacchiere col casellante Angelo Motta e col commerciante Giuseppe Nardiello, quindi, al segnale di via libera, si avviò da solo verso la sua abitazione di contrada Cacciottoli; a circa tre chilometri di distanza dal paese. Pochi minuti dopo il commendator Rago sarebbe dovuto arrivare a casa, invece, a casa quella sera non giunse. (...) La moglie Anna, all'alba del giorno dopo mandò un operaio a chiedere informazioni alla stabilimento conserviero di cui il marito era comproprietario. Ma qui nessuno lo aveva visto ed allora si avvertì la Polizia che iniziò le indagini. La prima cosa strana che colpì il funzionario di PS., Sebastiano Moretti, fu la presenza della "giardinetta" del Sindaco proprio davanti all'ingresso della fabbrica di conserve. Non presentava tracce sospette né si vedevano macchie di sangue, mancavano la chiave d'accensione, i documenti di circolazione ed i giornali che il Sindaco aveva acquistato a Salerno; inoltre dal serbatoio risultava mancante un litro e mezzo di benzina. Il guardiano dello stabilimento, Giuseppe Orlando, dichiarò che si era accorto della presenza della macchina soltanto verso le 23,50 e che si era limitato a spegnere i fari che erano rimasti accesi. (...)".
Questi i fatti; le indagini, che si protrassero negli anni successivi, non portarono alla soluzione del mistero della scomparsa.
La personalità di don Lorenzo Rago la troviamo sintetizzata nel libro edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Battipaglia "65 anni di sviluppo economico e di crescita sociale nel segno della cooperazione" di AA.VV. "(...) Fu uno di quegli antichi agricoltori battipagliesi, impavidi, adusi ai sacrifici, che lottarono con la natura e gli uomini e tesero, spesso al di là dello stesso tornaconto economico, a realizzare la loro personalità, nei loro pregi e nei loro difetti. La sua scomparsa, in una notte di tregenda dell'inverno 1953, chiude un'era di Battipaglia, l'era della ricostruzione affrettata, in cui si badava a rifare l'essenziale, nel modo più rapido e più economico possibile, senza badare a fronzoli ed eleganze, a soddisfare i bisogni elementari di una comunità in continua espansione".
A don Lorenzo Pago, dopo la gestione commissariale del dott. Salvatore Varriale, successe nella carica di Sindaco, il 13 aprile del 1954, Antonio De Vita.
Il nuovo primo Cittadino, espressione di una coalizione di centro-destra, dovette, principalmente, adoperarsi per disciplinare, passato il momento caotico della ricostruzione post-bellica, una intensa attività edilizia, mediante un nuovo regolamento urbanistico; erano quelli gli anni in cui Battipaglia vide affluire in questa piana fertile e produttiva interi nuclei familiari provenienti da zone limitrofe, richiamati da reali possibilità di lavoro. Per questo nuovo afflusso migratorio si resero necessarie le costruzioni di nuove opere sociali: le scuole elementari, dislocate in varie zone della città (Fili Galardi, Fasanara, Serroni, Belvedere), l'Ufficio Postale Centrale di Via Matteotti, l'Istituto Tecnico Commerciale, sono solo alcune delle opere realizzate durante il decennio del suo sindacatore.
Agli inizi degli anni cinquanta, oltre alle iniziative per la ricostruzione e la rinascita sociale di Battipaglia, vi furono interessanti attività culturali; tra queste è degna di essere menzionata quella intrapresa dall'avv. Tullio Capone, componente del Consiglio direttivo della stampa, con la collaborazione di Felice Colliani, Francesco Crudele, Luigi Gambardella, Italo Rocco e Mario Vitolo: la pubblicazione di un settimanale locale dal titolo "IL TUSCIANO"; il primo numero portava la data del 2 marzo 1950. Il giornale fu ben accolto dai Battipagliesi e, finché fu in edicola, (sospese la pubblicazione il 10 giugno 1951) rappresentò non solo informazione attenta ma, soprattutto, stimolo per gli amministratori a ben operare.
Nel 1963, ad Antonio De Vita, successe nella carica di Sindaco il dott. Domenico Vicinanza.
Si realizzò la costruzione di un nuovo acquedotto, si progettò quella del sottopassaggio ferroviario, ebbe inzio quella dell'Ospedale, vi fu, infine, il preludio di uno sviluppo edilizio, notevole ma disordinato, che cambierà totalmente il volto della ridente cittadina del dopoguerra, con la nascita di nuove strade e nuovi quartieri.
Battipaglia, col passare degli anni, perderà la sua vera identità: un paese a vocazione agricola venne sempre di più indirizzato, dalle scelte dei governi locale e centrale, verso l'industrializzazione, senza però mai raggiungere gli effetti sperati.
La situazione economica incominciò a peggiorare, con la chiusura dello stabilimento conserviero dei Baratta, dello zuccherificio, del tabacchificio. La crisi occupazionale che si venne a determinare diede origine ad una sommossa, senza precedenti in queste zone, e fu una pagina nera per Battipaglia. Era l'8 aprile del 1969 ed il Municipio restò illuminato fino a notte fonda: c'era Consiglio Comunale e si stava discutendo della crisi economica in atto. La riunione, inizialmente pacata, si trasformò in rumorosa e caotica. Vi parteciparono operai, disoccupati, sindacalisti e numerosi cittadini. Fu deciso uno sciopero generale, da tenersi il giorno dopo, mentre rappresentanti dei Sindacati partirono per Roma al fine di incontrare il Sottosegretario alle Finanze. Il 9 aprile rimasero chiusi gli uffici, le scuole e tutti i negozi; il paese era deserto e furono bloccate tutte le strade d'accesso. Sul Municipio il vice Sindaco Vittorio De Vita e l'assessore Lo Bosco si mantenevano in costante contatto telefonico con il sindaco Domenico Vicinanza, che capeggiava una delegazione a Roma presso il Ministero dell'Industria. La folla, per le strade, aveva avuto i primi scontri con la Polizia e fu bloccata la stazione ferroviaria. Verso le ore 10,00, in via Roma, vi fu il primo violento scontro tra i dimostranti e le forze dell'ordine; si scatenò la rabbia, che portò all'occupazione del palazzo di Città e del Commissariato di P.S., in via Gramsci.
Mentre tutti cercavano di fuggire da piazza del Popolo (oggi piazza A. Moro), si udirono degli spari e restarono uccise due persone: la professoressa Teresa Ricciardi e lo studente-operaio Carmine Citro. Per l'intera giornata vi furono vere e proprie guerriglie per le strade cittadine e, solamente, il 10 aprile tornò la calma, anche ad opera dei Carabinieri, allora guidati e diretti dal Mar.llo maggiore Antonio De Marco, che con l'arma della persuasione riuscirono a riportare ordine, ritenuto, fino a poche ore prima, impossibile. In occasione di questi tristi fatti, al brigadiere dei Carabinieri, Dell'Armi Gaetano, fu tributato, con atto di Giunta Municipale n.11 del 12 gennaio 1973, un encomio solenne "per essersi adoperato, con sprezzo del pericolo ed alto senso civico, a portare in luogo sicuro le armi e le munizioni che si trovavano nella sede del Commissariato di PS. abbandonato per l'incendio appiccatovi dai dimostranti".
Encomio solenne la Giunta Comunale, con propria deliberazione n.310 del 26-4-1969, tributò anche al dipendente comunale Biancullo Domenico, distintosi, durante i moti popolari nell'opera di persuasione alla calma e nell'opera di soccorso ai feriti.
Dopo i fatti del 1969, i Consiglieri comunali decisero di dimettersi ed il Comune fu affidato alla guida del Commissario Prefettizio dott. Casella, fino alle elezioni del 1970.
Nacque una lista di candidati indipendenti, sotto il simbolo del "Castelluccio", che vinse la competizione elettorale; fu eletto Sindaco il dott. Vincenzo Liguori. Ma la sua Amministrazione ebbe breve vita: dopo circa un anno, infatti, fu costretto a lasciare la carica e fu sostituito dal dott. Felice Crudele, che la ricopri dal 1971 al 1975. Gli successero, nell'ordine Enrico Garofano, il dott. Domenico Vicinanza, e l'avv. Enrico Giovine.