Dopo l'anno 1000

La presenza di stabili, lungo il tratto medio del fiume Tusciano, le cui costruzioni son fatte risalire ai primi anni dell'anno 1000, ci testimonia, poi, un passato affascinante, anche se ancora avvolto nel mistero: il Castelluccio di Baptipalla, la Chiesetta di Santa Lucia, il Monastero Benedettino di San Mattia de' Tusciano.
Essi, quali bagliori nelle tenebre, attestano, in modo inconfutabile, la presenza, anche consistente, in questo territorio, di una civiltà, che, pur tramandata in modo frammentario, è degna di essere conosciuta, studiata, ma principalmente approfondita dagli addetti ai lavori.

Il nome del fiume Tusciano lo troviamo numerose volte menzionato, per la sua rilevante posizione geografica, in antichi testi e pergamene; l'Anonimo Cavese ci tramanda che nell'anno 864, il 4 di ottobre, fu catturato, alla foce del fiume Tusciano, un pesce di grosse dimensioni e dall'aspetto strano: aveva braccia e testa di cane barbuto, con due corna sulla fronte e due macchie bianche, una sulla testa e l'altra sulla coda; il pesce, prima di morire, emise grandi strida e, dopo essere stato squartato, mostrò un cuore simile a quello umano, anche se mutilato in una parte.

Nella concessione di Roberto il Guiscardo all'Arcivescovo di Salerno, datata 4 ottobre 1080, si trovano menzionati, oltre al Tusciano, altri luoghi della nostra Zona: "(...) Castrum Olibani (...) portum et lintrum cum passaggio suo et cannitas in fluvio Silaris, tenimento de Pecta, de Fasinaria, lacum maiorem, cripta maris de Tusciano, Castellucium de Battipalia (...) atque terras alias laboratorias et incultas in Tusciano (...)".

Ed ancora, allorchè Roberto il Guiscardo decise di impadronirsi di Salerno, muovendo con il suo esercito contro il cognato Gisulfo, Principe della Città, accampò i suoi uomini lungo le rive del Tusciano e gli abitanti della zona si mostrarono benevoli nei suoi confronti, offrendo viveri per i soldati. Il Guiscardo si ricordò degli aiuti ricevuti e, quando nel 1077 Gisulfo si arrese ed andò in esilio, creò l'università autonoma di Eboli, sottraendo alla giurisdizione di Campagna vasti territori, compresi tra il Sele ed il Tusciano. L'avvenimento è ricordato nei seguenti versi:

"Est locus in Latio, Campania, grataque tellus
pluribus ex campis fertilitate viget.
Confines habuit quondam cum gente Salerni,
limen enim fuit tunc Battipalia sibi.
Nunc facit hos fines ad acquam Nova Sancta Maria".

La dominazione longobarda e normanna nelle nostre zone rivive nei cognomi di famiglie del luogo: Adelizzi, Rago, Riccardi, Landi, ecc.

In un documento del 29 gennaio del 1270, viene menzionato Joannes de Procida, nobile salernitano, medico, maritato con Pandolfina Fasanella di Postiglione, col titolo di conte di Procida, signore di Battipaglia, barone di Caggiano, S.Angelo e Salvitelle.

Il Castelluccio fu, verosimilmente, costruito a protezione dei Tuscianesi, sparsi nelle sottostanti campagne, dalle continue incursioni dei Saraceni, che nei secoli VIII e IX, come precedentemente accennato, avvenivano con periodica cadenza ed inaudita ferocia.

Per il Principato longobardo di Salerno, le scorrerie saracene rappresentarono un vero problema, non solo per il terrore che seminavano nella popolazione, ma, principalmente, perchè causarono l'abbandono delle terre con l'aggravio di una già esistente crisi economica ed agricola della Piana.

Nel "Chronicon Salernitanum" si legge:"(...)Agareni (...) Beneventanas Salernitanasque fines peregrant (..) multosque homines necant uxores liberosque eorum duxerunt captivi, vix paucis evadentibus, qui per tutissima castra et iuga montium fugerunt (...)".

Anche la nostra zona, abitata da numerose famiglie, dedite al lavoro dei campi, subì la furia depredatrice dei pirati, i quali, come viene riportato dall'Anonimo Salernitano, "(...) pervenerunt ad fluvium, qui Tuscianum dicitur", causando la fuga dei superstiti in luoghi più sicuri; tale avvenimento è stato tramandato anche dall'Anonimo Cavese: "(...) Saraceni, cum novis sociis apprenderunt Catanzarium, Russianum et alia loca escurrentes usque ad Tuscianum et alia loca, monaci nostri Salernum fugientes vix evaserunt ad eorum manibus (...)". Gli orrori delle continue scorrerie piratesche resero precarie le condizioni di vita in queste terre e, quando il principe Guaiferio, per controbattere, nell'anno 871, un ennesimo attacco dei Saraceni, decise di fortificare Salerno, anche i Tuscianesi diedero il proprio contributo con la presenza di circa duemila uomini, che, come riportato dal Chronicon Salernitanum, innalzarono la torre a mare, che è ad oriente e che per secoli fu appellata in loro onore Torre dei Tuscianesi".

Il Castelluccio di Battipaglia ha rappresentato, nell'arco di vari secoli, un punto di riferimento importante per gli abitanti della zona, dovendo gli stessi seguire le sorti dei possessori del maniero. La Chiesa Salernitana ne ha avuto, in prevalenza, il possesso e lo storico Antonio Mazza, nel VI capitolo della sua "Historiarum Epitome De Rebus Salernitana" lo ha menzionato, insieme ad altre località, non subordinato, ma nella pienezza della sua autonomia: "(...) Amplissimae Salernitanae Diocesi Oppida olim multa non solum spiritualibus sed adhuc in temporalibus subiecta erant: nunc vero suae Diocesis loca sunt Ebulum, Castellutium, Olibanum, Monsocorbinus, Gifonum, idest Vallis et Piana, et Sex Casalia, Sanctus Ciprianus, Castilionum, Sabba, seu Penta, Sanctus Severinus, Calvanicum, Sanctus Georgius, Roccapimontis, Monsaureus, Solofra, Serenum, Sanctus Magnus, cum Fi,etta, et Pedemontis, Acquamelorum, Coperchia, Olearia, Pastina, multa que alia casalia Civitatis Salerni (...)".

Dopo la morte di Enrico VI, un suo capitano, il conte Marcoaldo, dopo aver annientato la guarnigione del "castrum", si impadronì, "hostili manu", del Castelluccio, sottomettendo gli abitanti della Piana. 

Nell'anno 1250 muore Federico II e nel suo testamento espresse la volontà di restituire alla Chiesa i beni ad essa sottratti. Nel 1251 l'Arcivescovo Cesareo de Alagno, nobile di Amalfi, chiese ed ottenne dal Capitano di Salerno, Marchese Bertoldo di Hohemburg, i beni appartenuti alla Chiesa Salernitana fra cui il Castelluccio di Battipaglia, le terre del "castrum", la chiesa ed altri stabili, di cui Marcoaldo si era appropriato: "(...)soium totum cum quodam veteri hedificio ibi constructum quod battipalla dicitur (...) quod comes Marcoaldus tempore hostilitatis invadens (...) dictum soium cum omnibus hedificiis et cappella nunc existentibus (...) restituimus integre ipsi domino Archiepiscopo et Salernitane ecclesie supradicta(...)".

Nel maggio dello stesso anno il Giudice di Montecorvino Matteo de Simone prese possesso del maniero per conto dell'Arcivescovado di Salerno, ricevendone le chiavi dal castellano Alberto de Regio.

Nel 1612 la famiglia Doria di Genova acquistò il feudo d'Angri, venduto "sub hasta Sacri Regii Consilii", venendo in possesso di masserie, case coloniche, fattorie nella località, fra le altre, Barizzo, Verdesca, Fasanara, Grataglie, Porta di Ferro, Spineta ed anche Castelluccio, che, nel 1638, passò, insieme ad altri possedimenti, a Giulio Pignatelli, marchese di Cerchiara e Principe di Noja. I discendenti di questa famiglia sono stati proprietari del castello fino a pochi decenni or sono, dopo aver provveduto ad effettuare consistenti restauri, il più significativo dei quali nel 1920, che ne ha quasi del tutto modificato l'aspetto originario.

Anche la chiesetta di Santa Lucia ha origini lontane; infatti, per la prima volta, la troviamo ricordata nel 1140, in una Bolla conservata nell'Archivio Diocesano, allorchè l'Arcivescovo di Salerno, Guglielmo di Ravenna, la concesse "cum vinei et reliquo beneficio" a tal Rainerio, "viri religiosi sebastensi".

Viene, altresì, menzionata in una pergamena del 9 ottobre dell 160, allorchè Abbioso dette al suo vassallo Martino di Amabile tre pezzi di terra, di cui una in località Santa Lucia; ed ancora in un ampio privilegio concesso da Federico II nel 1220 alla Diocesi Salernitana; in una pergamena del 5 maggio 1232, allorquando Marco "iaconus" ed il fratello Giovanni venderono a tali Pietro ed Amato tre piccole terre alla località Caldara, di cui una confinante con una terra della chiesa di Santa Lucia; ed, inoltre, in altra pergamena datata 12 ottobre 1238, allorchè tale Daniele, figlio del fu Ruggiero di Invidiata, dona alla chiesa di Santa Maria Nova una terra alla località Caldara confinante con i beni di Santa Lucia; ed in altra pergamena del 31 agosto 1317, nella quale troviamo la concessione da parte di Benedetto, abate di S. Maria Nova, a tale Corrado Abbate di Lampo di una terra, in località Fusararo, confinante con le terre delle chiese di S.Antonino e di Santa Lucia; ed ancora, in una pergamena del 10 febbraio 1378, allorchè tali Lorenzo Catavallone, giudice, e Giovanni Mutilone, previo consenso delle rispettive mogli, venderono a fra' Bartolomeo Frunzo, Abate di Santa Maria Nova di Eboli, due terre site in località Santa Lucia e confinanti con i beni della chiesa medesima. Agli inizi di questo millennio, risale anche la costruzione del monastero di San Mattia; fu costruito, regnando Guaimario "Longobardorum et Salerni Princeps et Dux Amalphiae et Surrenti" tra il 1027 ed il 1052, lungo la strada che porta dalla località Fasanara a Battipaglia.

Appartenne, come la maggior parte dei monasteri del Salernitano, all'Ordine dei Benedettini, i cui monaci furono tra i primi ad insediarsi in queste zone. Il 30 novembre del 795, infatti, un monaco benedettino di nome Guidobaldo, longobardo di nobili natali, chiese ed ottenne dal principe di Salerno, Grimoaldo, fondi nella valle metelliana e nelle pianure di Eboli, Tusciano, Rota e Capaccio.

In Italia il benedettinismo fiorì allorchè i Longobardi, dopo aver mostrato tutta la loro ferocia in saccheggi e distruzioni, si convertirono al cattolicesimo ed, attraverso l'unità religiosa, ottennero anche quella politica; sorse, così, una fitta rete di Badie in tutta Italia.

A Sud, ebbe grande importanza "l' Ordo Cavensis", sotto la guida del Magnus Abbas della SS.Trinità; il fondatore della Badia di Cava fu S. Alferio di nobile famiglia longobarda salernitana.

Uno dei primi Abati del Monastero di San Mattia fu Mirando, che nel 1053, concesse una terra in "eodem loco" a Concilio, diacono, figlio di Alchisio.

Nel mese di marzo del 1089 il duca Ruggerio Borsa, figlio di Roberto il Guiscardo, donò il monastero a San Pietro Pappacarbone, Abate di Cava, ed ai suoi successori, come si può leggere nella seguente pergamena: "(...)Concedimus in eodem monasterio de rebus nostre reipublice pertinentibus foris hanc civitatem in loco tusciano ultra fluvium, qui tuscianus dicitur, integram terram cum oliveto, et quercibus, et vacuo intra quam ecclesiam ad honorem sancti mathie apostoli sita est et domum; que sala dicitur, edificata est. (...) Ea ratione, ut hoc totum, quodin supradicto monasterio, ut dictum est concedimus, semper sit in potestate tua domini abbatis, et successorum tuorum, et partium prephati monasterii et tu, et successores tui, et pars eiusdem monasterii licentiam habeatis de eo facere, quod volueritis (...)".

Tale donazione fu confermata alla sopraddetta Badia dai Pontefici Urbano II(1089), Pasquale II(1100), Eugenio III(1149) ed Alessandro III(1168). Ciò sta a significare, inoltre, che attorno ad esso sorse una comunità, che, in numerosi documenti storici, venne indicata come "castrum Sancti Matthiae de Tusciano in pertinentiis Ebuli et Montis Corbini".

Il monastero, inoltre, nei secoli acquisò una rilevante quantità di terre e di beni; fu prima Abbazia, indi Priorato, e, poi, Prepositura. Erano presenti, normalmente, da otto a dieci monaci, sotto la guida di un Priore, che, oltre a curare l'amministrazione e la coltivazione delle terre, assisteva i contadini del luogo. Al monastero fu anche demandata la gestione dei traffici portuali sui fiumi Tusciano e Sele, a seguito atti di donazione all'Abate Simeone da parte del Conte Guglielmo de Principato (1128) e dal di lui figlio Nicola (1131). Intanto, nel 1127, il duca Guglielmo riconobbe al Monastero la proprietà dei mulini nelle terre del Tusciano e del Sele.

Ricordiamo, infine, alcune delle numerose donazioni ed acquisizioni, che determinarono l'immenso possedimento dell' Abbazia: 

nel gennaio del 1141, Berardo di Eboli, figlio di Bernardo, donò al monastero una terra in località Fiorignano di Battipaglia; 
nel mese di luglio dell'anno 1143 furono comprate dall' Abbazia di Cava due terre site nella stessa località Fiorignano, di proprietà di Roberto di Guglielmo Bocci; 
nel mese di maggio del 1167 il monastero cavense acquistò un possedimento presso il Tusciano, sempre in località Fiorignano; 
nel gennaio del 1175 troviamo una donazione a favore del monastero fatta da tale Asclettino di Tusciano, figlio di Giovanni: "in ecclesia S.Matthie de Tusciano, adstantibus ibidem de melioribus monachis eiusdem monasterii et quampluribus laicis viris idoneis"; l'abate si chiamava Benincasa; 
nell'aprile dello stesso anno, tale Palermo, figlio di Maugero di Tusciano, donò al monastero, nelle vicinanze del Tusciano, una vigna sita in una località, che, verosimilmente, può identificarsi nella zona di Campolongo; 
nel febbraio del 1176 la Badia di Cava acquistò un terra nel casale Tusciano; 
nel novembre del 1181, il monastero ebbe in donazione una terra in località Castelluccio ed una in località Fasanara; 
nel mese di gennaio del 1183 la Badia di Cava acquistò per 27 Tareni una terra in località Fasanara da Sikelgaita, figlia di Raone e vedova di Giovanni de Manso. 
I possedimenti dell' Abbazia di San Mattia aumentarono, nei secoli successivi, in tal misura che, nel secolo XIV, ebbero assegnato dalla Badia Madre di Cava un grande Economo, per sorvegliare l'immenso patrimonio; infatti, da un documento conservato nell'Archivio cavense, datato 1491, rileviamo che le proprietà del Monastero erano formate da 933 tomoli di terreno coltivati a frumento e 471 tomoli ad orzo.

Allorchè gli Angiomi subentrarono agli Svevi, il "castrum", insieme all'altro di S. Arcangelo, anche del Tusciano, fu sottratto all' Abbazia Cavense, che si rivolse al Re Carlo per riaverne il possesso; l'abate Giacomo di Cava lo riottenne nell'anno 1266 con tutte le terre e gli uomini, che colà abitavano prima della guerra.

Nel 1300 le terre del Monastero furono date in fitto a sacerdoti secolari, in quanto l' Abbazia Madre di Cava non potè probabilmente, in quel periodo, assicurare la presenza di un numero elevato di monaci, necessari a lavorare una così estesa proprietà; ai sacerdoti fu imposto, però, l'obbligo di assistere spiritualmente gli abitanti del luogo.

Nel 1502 fu quasi totalmente distrutto dai soldati durante la guerra tra Ferdinando il Cattolico e Luigi XII d'Orleans (1501-1503), che si scontrarono in questa piana numerose volte, costringendo gli abitanti del luogo a fuggire. Iniziò, così, la decadenza del monastero, che, pur ricostruito, rimase come semplice "grangia", di proprietà della Badia di Cava fino al XIX secolo, e, quando l'Abate di Cava si portava ad Eboli, nel Cilento e nelle Calabrie, per visitare chiese e monasteri dipendenti dall'Abbazia Madre, faceva tappa obbligata a San Mattia.

La "grangia" era una tipica organizzazione benedettina, avente le caratteristiche di una grande azienda agricola, composta da varie cascine, per lo più indipendenti l'una dall'altra. L'Abbazia, da cui essa dipendeva, era rappresentata da un "praepositus prior", che era il rettore della cappella della fattoria, cui era demandato il compito di dirigere i lavori agricoli e di procedere ad acquisti e vendite.

Le leggi eversive del 1866 determinarono la soppressione definitiva del monastero, i cui beni furono incamerati dallo Stato.

Dalle poche notizie storiche su esposte, si evince come esso abbia rappresentato, per circa un millennio, un punto di riferimento per gli abitanti di questa piana ed un centro di civiltà notevole. Balza evidente, inoltre, come la presenza monastica benedettina abbia dato inizio alla prima forma metodica di un'organizzazione sociale e del lavoro; come interi nuclei familiari di coloni, sotto la saggia guida dell 'Abate, abbiano scoperto condizioni di vita più umane, nel rispetto dei principi cristiani, nonchè una più remunerativa e protetta attività agricola.

Per comprendere l'opera religiosa e sociale dell'Ordine benedettino, basta leggere un passo dell'omelia del 18 settembre 1948 di Pio XII: "(...) Roma conquistò l'Europa al diritto con le sue legioni, i Benedettini conquistarono le nazioni barbariche alla civilta con la Croce, l'aratro, l'amore (...)".

L'antico monastero benedettino fu intitolato a San Mattia, l'ultimo degli Apostoli, subentrato a Giuda il traditore. Il Santo morì martire, decapitato da un legionario romano, e, fino al secolo scorso, in tutta la piana, veniva celebrata una gran festa il 24 di febbraio, in ricordo del Suo martirio.

I monumenti sopraccitati, attualmente, sono dei ruderi e meriterebbero una maggiore attenzione da parte delle Amministrazioni locali e nazionali, onde evitare che anche su di essi scenda il manto ingeneroso dell'oblio, come è avvenuto per altri centri religiosi, sparsi sul territorio, di cui conosciamo solo il nome. Di questi ultimi ricordiamo: le grange benedettine di S. Licandro (o Nicandro), presso i mulini siti alla foce del Tusciano, tra la torre ed il campo Spineta, e di San Pietro a Filetta, sulla strada di Cupa Filetta, presumibilmente al disotto la stazione ferroviaria; il monastero di "S. Arcangelo de Battipale apud Ebulum"; la chiesetta di S. Elia, citata in documenti conservati presso l'Archivio di Cava, ("extra Ebulum", ubi vallonus domini heliae appellatur", "in pertinentiis Ebuli platea S.Helie dicitur", "vadus S.Heliae dicitur"), che fanno individuare la sua collocazione nel territorio tra Eboli ed il Tusciano, al di sopra del Castelluccio; la parrocchia di S.Martino del Tusciano (1140), che doveva presumibilmente essere una cappellina sita a monte del Castelluccio e lungo la strada che portava sul Montedoro; la chiesetta di S.Clemente (1142), in località Tusciano; la chiesa di San Silvestro, forse, oltre S. Lucia, in località Rapaciceri; ed, ancora, quella di San Felice, la cui ubicazione è da collocare "non multum longe ad ecclesia Sancti Silvestri", tra la zona delle paludi e la Castelluccia.

Una citazione particolare, infine, merita la chiesa di S.Maria de Ponte "in loco tusciano... ubi pons dicitur per huismodi fines: a parte septentrionis est finis via pubblica que (man)et inter hanc et alias res ipsius archiepiscopii parte occidentis est finis aliorum hominum sicut medium fossatum antiquum manufactum discernit, a partibus vero meridei et orientis est finis medius flubius tuscianus sicut revolutum et coniungit in suprasctriptam viam".