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Brevi cenni storici sui popoli
che abitarono la Piana
Fino all'età del bronzo, per quanto ci è dato conoscere e per l'assenza di ritrovamenti,
non riteniamo ci sia stata una pluralità culturale, ma la presenza umana si limitava a
sparuti raggruppamenti di persone, che, senza stabile dimora, vagavano dedicandosi alla
caccia, unica fonte di sostentamento.
Le prime diversità culturali sono riscontrabili, a partire dalla prima età del ferro,
con documentati, anche se sporadici, ritrovamenti in grotte e ripari montani.
Il rinvenimento di tre necropoli risalenti intorno al 3° millennio a.C. ci consente la
conoscenza di una cultura, che, dal nome della località, viene detta del
"Gaudo".
In ogni caso, non è facile indicare i popoli autoctoni presenti nella nostra regione, il
succedersi di quelli immigrati, il formarsi di nuove etnie dalla loro unione. Certo è che
le immigrazioni che interessarono le coste del medio e basso tirreno furono numerose, in
quanto intensi furono i movimenti di genti provenienti dall'oriente; gli Enotri, gli
Ausoni, gli Opici, i Pelasgi sono alcuni tra quelli che ci vengono tramandati.
I Greci, poi, che solcavano il Mediterraneo in cerca di nuovi mercati, approdarono sulle
coste del basso Tirreno, in quanto esse ricordavano, per clima e vegetazione, il suolo
natio; Strabone, nel 1° libro della sua opera "Geografia", ci tramanda che i
mitici Argonauti, guidati da Giasone, costruirono il tempio di Hera Argiva a sud del
Silarus; lo stesso Plinio, storico romano, conferma "(...) templo Iunonis Argivae sub
Iasone condito (...)", anche se il Berard sostiene che il santuario fu costruito
dagli Aminei, un antico popolo che stanziava sulla fascia a nord del Sele, in epoca
preesistente alla venuta dei fondatori di Posidonia. Tale popolo, secondo Aristotele,
proveniva dalla Tessaglia ed importò in Italia la "Vite aminea". L'Heraion fu,
nel Medio Evo, completamente smantellato per costruire le cattedrali di Amalfi e di
Salerno.
Un altro popolo, che doveva incidere fortemente sulla storia di queste terre, fu, poi,
quello etrusco. Esso approdò in Campania, verosimilmente, tra il IX e l'VIII sec. a.C. e
vi dominò fino al 474 a.C. , allorchè i Tirreni furono sconfitti nella battaglia
di Cuma.
In particolare, nei secoli VIII-VI a.C., il territorio, che va dal Tusciano al Sele,
dovette rappresentare una zona di delimitazione tra due grosse aree di influenza:
l'etrusca al nord, la greca al sud.
Il mondo etrusco è stato sempre avvolto da un alone di mistero; discordanti sono le tesi
sulle origini di tale popolo; chi lo vuole autoctono, chi venuto da fuori, e tra questi
ultimi, chi dalla Lidia, chi discendente dai Pelasgi. Dionigi di Alicarnasso, illustre
storico greco, trattando degli Etruschi, nella sua opera "Antichita romane",
chiamandoli "Rasenna", sostiene l'autoctonia e, quindi, l'origine italica del
popolo etrusco. Di diverso parere è Erodoto, il quale nel libro I delle sue
"Storie", ci tramanda la venuta di questo popolo in Italia dalla Lidia e di tale
opinione sono anche molti storici greci e latini, quali Servio, Isidoro,ecc. Essi narrano
che Tirreno fu di razza lidia e che dalla Lidia, anticamente detta Meonia, venne a
stabilirsi sui lidi tirreni. Costui era della quinta generazione dopo Giove; infatti, da
Giove discese Mane, primo dominatore delle regioni dell'Asia Minore; da Mane nacque Coti e
da questi discesero Adie (o Asio> ed Ati; da Ati, infine, discesero Lidio, Miso, Care e
Tirreno, e divise tra i primi tre fratelli il regno paterno di Coti, mandando il quarto,
Tirreno, con molti sudditi, a procurarsi un nuovo regno.
Un altro storico greco, Ellanico, vuole, invece, questo popolo discendente dai Pelasgi,
che si trasferì in Italia, giungendovi dal Nord, e che, dopo aver raggiunto la regione
dell' Etruria, mutò il nome in Tirreni. Alle discordanze sulle origini, si aggiunge il
mistero sulla lingua etrusca; per la verità, non esiste un problema di lettura, in quanto
le lettere usate da questo popolo sono quelle dell'alfabeto greco; la difficoltà
sopraggiunge quando si passa alla traduzione dei testi, per la quasi totalità epigrafi
funerarie. Lo studioso Piero Bernardini Marzolla, nella sua opera "L'Etrusco, una
lingua ritrovata", ne propone l'origine dal Sanscrito, avendone rilevato affinità
notevoli.
La maggior parte degli aspetti civili, sociali e religiosi di questo popolo, per totale
mancanza di documentazione letteraria, ci è, in parte, nota in quanto assimilata dal
popolo romano.
Gli Etruschi usavano organizzare il loro territorio in formazioni di dodici città ed
ognuna di esse, in piena autonomia, poteva battere moneta.
Anche in Campania vi era la dodecapoli etrusca; ne facevano parte, certamente, Capua,
Acerra, Nocera, Noia e, poi, Ercolano, Pompei, Irnth (Fratte di Salerno); di altre, come
Velsu, Urina, Velka, conosciamo solo il nome, in quanto le troviamo su alcune monete, ma,
di esse, si sono perse totalmente le tracce. La città di nome Marcina, infine, viene oggi
individuata nel territorio ove insiste il comune di Pontecagnano.
I rapporti che dovettero inizialmente intercorrere tra i Greci e gli Etruschi furono
pacifici, tanto da consentire scambi commerciali notevoli, documentati dal ritrovamento di
monete coniate insieme; successivamente, verso il 600 a.C., gli Etruschi dovettero, dopo
un periodo di grande splendore, abbandonare questi territori e Marcina vide l'inizio della
sua decadenza, che, forse, fu determinata dalla venuta massiccia di nuovi coloni greci,
che si insediarono lungo tutto il tratto del basso Tirreno, fondando le città di
Posidonia (inizi VI sec. a.C.), Velia (metà VI sec. a.C.), Pixu (Policastro) e Palinuro.
Nella metà del VI sec. a.C. iniziò il periodo di maggior splendore per la città etrusca
di Irnth. Ciò lascia desumere che, fino a quando i rapporti fra i due popoli furono
buoni, la punta di massima espansione degli Etruschi a Sud fu rappresentata dal Tusciano,
con la città di Marcina, quale massima espressione economico-commerciale. Con la
fondazione di Posidonia, gli Etruschi iniziarono la loro ritirata, determinando la
decadenza di Marcina e il periodo di massimo splendore di Irnth.
La presenza etrusca nel territorio di Pontecagnano è testimoniata dai numerosi
ritrovamenti tombali, i cui meravigliosi arredi possono essere ammirati nelle sale del
Museo di questa città.
Gli ultimi decenni del VI sec. a.C. videro aspri e continui contrasti tra i Greci e gli
Etruschi e ciò, forse, determinò l'invasione della Campania da parte dei Sanniti del
Molise, i quali, con la conquista di Capua etrusca (426 a.C.) e di Cuma greca (421 a.C.),
si impadronirono della nostra regione.
Nei primi decenni del III sec. a.C., la Campania venne conquistata dai Romani ed i centri
sannitici furono ridotti a "prefecturae", sotto la giurisdizione di funzionari
romani; altre città furono nominate "foederatae", come Velia; altri centri,
invece, vennero distrutti, come Irnth e Marcina, e nelle loro terre furono deportati i
Piceni (268 a.C.), popolo dell'Adriatico, che si era ribellato a Roma; questi fondarono,
sui resti dell'antica Marcina, la loro città, cui venne dato il nome di Picentia; il
territorio prese il nome di "agerpicentinus" ed il fiume che l'attraversava
"picentinus amnis".
Nel 197 a.C., il console Tito Sempronio Longo condusse, nella nostra provincia, una
colonia di 300 famiglie romane; di queste, alcune si insediarono a nord, tra Salerno e
Nocera, altre a sud, tra il Tusciano ed il Scie, lasciando ai Picentini il territorio tra
Salerno ed il Tusciano. I terreni della nostra piana vennero assegnati a coloni romani,
che incrementarono, così, l'attività agricola. Durante la II guerra punica, Picentia si
schierò a favore di Annibale, diversamente da Paestum e Salerno. Sconfitto il
cartaginese, le città alleate di Roma ottennero grandi privilegi, mentre Picentia fu
distrutta ed i suoi abitanti sterminati.
I terreni della Piana del Sele, abbandonati e non più coltivati, impaludarono. La
costruzione da parte del console romano Caio Popilio Lena della strada che collegava Capua
a Reggio Calabria (132 a.C.) e che, certamente, attraversava le colline di
Battipaglia-Eboli, anche se, nella nostra zona, determinò il sorgere di stazioni,
insediamenti abitativi, numerose ville agricole e qualche "domus" patrizia, non
migliorò di molto la situazione della piana. La presenza romana in queste terre è
testimoniata da nomi di luoghi (Castrullo, Starza, Campolongo, ecc,) e da cognomi di
famiglie (Longo o
Luongo, Manna, Sica, De Rosa, Del Giorno, Della Rocca,ecc.).
Con la caduta dell'impero Romano d'Occidente (476 d.C.) iniziò lo spopolamento della zona
e le terre, un tempo fertili e ben coltivate, divennero selvagge e furono soggette alle
varie invasioni barbariche.
Quelle saracene furono di inaudita ferocia; solo il principe Arechi, nella prima metà del
VII sec. d.C., riuscì a contrastare gli Agareni, sottraendo loro le nostre terre, da
Salerno ad Agropoli.
Con la dominazione longobarda prima e normanna dopo, gli abitanti della Piana iniziarono a
godere di una certa tranquillità e, lentamente, ripresero una vita normale, cercando di
dare un nuovo assetto alla zona, che, per secoli, era stata abbandonata ed era diventata
regno incontrastato delle bufale e della malaria.
La presenza di tanti popoli e di tante civiltà in questa nostra terra ha poche
testimonianze tangibili ed i pochi ritrovamenti archeologici sono frutto più del caso che
di uno studio e di una ricerca sistematica.
I reperti più interessanti sono quelli venuti alla luce nella necropoli dell' Arenosola,
contrada distante circa 10 Km. da Battipaglia, fra gli anni 1929-1931, con 105 tombe
risalenti ai secoli VII-VI a.C. (età ellenica) ed altre di epoca lucana (sec. IV-Ili
a.C.); sono anche da ricordare ritrovamenti sula collina del Castelluccio, alla località
Cinesi, in contrada San Giovanni, nei pressi del cimitero.
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